L'album-bomba quando meno te lo aspetti. A tirarlo fuori, quando i giochi di classifiche e marketing per il 2011 son conclusi, è il Moon Wiring Club di Ian Hodgson, brillante progetto di avanguardia britannica che ormai copre un lustro abbondante: sette album dal 2006 ad oggi, puntualmente acclamatissimi dalla critica specializzata, artefici di un sound sperimentale stilisticamente inafferrabile che parte originariamente in una terra di mezzo fatta di ambient organica grossomodo a metà tra i Boards Of Canada e i Future Sound Of London, per poi ruotare nel tempo intorno a Mo' Wax, Ninja Tune e ai 2000 di dubstep, bass e hauntology Ghost Box. Un sound che negli anni invece di consolidarsi si è complicato sempre più, e che ora con Clutch It Like A Gonk raggiunge il picco ed entra con entrambi i piedi nel nuovo decennio, moltiplicando gli strati della architettura-canzone in un rigurgito post-tutto di diramazioni elettroniche moderne e non.
La ricerca è arrivata a un punto in cui rintracciare i riferimenti diventa un rompicapo: i telefilmacci anni '70, i synth, l'intero spettro idm, il cut&paste fatto in casa (tutti i dischi sono realizzati con una Playstation 2 e "una copia di seconda mano di MTV Music Generator 2", chiptune will never die), tutto questo ormai è solo l'humus sul quale è cresciuto nel frattempo di tutto. La componente electro ormai ha passato il segno e rivive in nuove fasi UK bass (uno dei picchi del disco è Spellcasting Summat, incastro sci-fi che mischia Zomby agli Orbital col passo ansiogeno che avanza per frammenti), la ricerca ritmica è sfociata nella sintesi astratta post-hip-hop, arricchita però da quintali di groove (altro pezzo killer è Tudorbethan Jobbernowl, Flying Lotus e Hudson Mohawke fermi di fronte a una nenia assurda che ti manda al manicomio) e le atmosfere si addensano su nebbie dark-ambient implacabili (la doppietta Dress To Decorate Summer Evenings-Darling Homunculus passa dai FSoL di Dead Cities fino a riabbracciare Detroit), quando non su demoni minimal/abstract quasi da presagio dub techno (Return To Ghosh Area).
Con certi giri 8bit che sanno prendersi meno sul serio (Tricky Transmission), una tavolozza umorale che va dal giallo-mistery di Elizabethan Automata al dub-noir di Gonk Operetta e una ragnatela di agganci 90s che viene svoltata come un calzino (tipo Special Nougat, che prende i BoC di Roygbiv e li getta in fondo a un pozzo senza luce), la ricca tracklist snocciola continue gemme e apre un discorso dopo l'altro senza chiuderne nessuno: Churchyard Style è l'assurdità dubstep che farebbe iTAL tEK sotto amfetamina, Always A Party è Plastikman in un coito più volte interrotto, On The Roodtops Luke Vibert in asma da breakbeat, Strangewood Fair una giostra intermittente con un Clark bastardo alla plancia comando. Questa non è (più) "dance intelligente". Questa è dance beffarda e sarcastica, un gradasso schiaffo in faccia a techno e 4/4 disegnato con sentori wonky d'avanguardia e libertà di movimento glitch. E Moon Wiring Club è l'incoscienza post-modernista che può permettersi di schizzare la parete mentre vomita i residui semidigeriti di 30 anni di studi elettronici senza l'ombra di un filo conduttore, e magari guadagnarsi gli applausi dei critici d'arte. Quanto futuro tra quei grumi.
(7.4/10)
Scheda: Moon Wiring Club
Pubblicazione: 31 Gennaio 2012
File under: Avanguardia wonky
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