Spessi muri di plastica dividono il rock italiano degli Huno dai sixties degli Hacienda, dalle cui ceneri il nuovo progetto prende mossa. Nelle chitarre ora bagnate, ora rugginose, permane un velo di garage d’antan virato a rock anni ‘90, mentre la voce si butta senza paracadute e con risultati alterni tra le pareti rocciose della lingua di Dante.
Quando va “bene” ci troviamo di fronte ai novelli Negrita della titletrack, o ai Litfiba impastati con Afterhours di Giorno Grigio e Le mie mani; e se verrebbe per un momento da sorridere ascoltando le melodie in stile Pooh accostate alle aperture quasi heavy di Profonde tracce o alle digressioni quasi prog di Pioverà, ci accorgiamo che la cosa per quanto potenzialmente goffa riesce a suonare sentita e tutto sommato credibile.
Al resto delle sei tracce che compongono l’Ep manca un po’ di carattere, ma chiarendosi le idee sulla strada da percorrere, il discorso potrebbe funzionare davvero bene. D’altronde sì sa, il gusto muove secondo cicli e stagioni che si ripetono, e il primo decennio degli zero - come passa il tempo! - è ormai quello da saltare, no?
(6.4/10)
Scheda: Huno
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