Il film racconta la storia del reduce Hank, ex-ufficiale della polizia militare, in cerca del figlio, Mike, scomparso dopo essere rientrato dall’Iraq. Hank (Tommy Lee Jones) si rivolge al campo-base militare ma tutti cercano di chetare le acque. Con una poliziotta vittima del mobbing la ricerca proseguirà fino a rivelare una verità tanto inaspettata quanto semplice.
La valle di Elah è quella in cui combatterono Davide e Golia ma la morale è ribaltata (come la bandiera): non esortazione al coraggio ma la sconsideratezza di un re che manda un giovane al macello. Il regista e scene ggiatore di questo film presentato a Venezia è Haggis (Crash e sceneggiatore di Million Dollar Baby e Flagsdi Eastwood). Il punto di partenza è un fatto di cronaca raccontato da Mark Boal su Playboy, da cui Haggis trasse ispirazione nel 2003. Il film è uscito solo adesso grazie all’appoggio di Eastwood, per cui era stato scritto. L’onore e il sacrificio, il patriottismo e l’eroismo, tutti questi classici topoi dei film di guerra o dei western che cercavano d’insegnare di che pasta è fatto un americano ricevono nel film il proprio ribaltamento, una palinodia.
Il film
inizia attorno alla questione delle immagini perdute e dei suoni della
voce del figlio nel buio delle notti insonni di Hank; si sviluppa nelle
zone del thriller e ti lascia sospeso in quell’intrigo incomprensibile
in cui la gravità e l’assurdità del fatto spingono a pensare ad un
complotto annidato nelle maglie corrotte della US Army. Ma se Haggis
avesse spinto in quel senso, la portata eversiva del suo “ discorso
alla nazione” (è questa la pretensione del film ) avrebbe perso la sua
preziosità. Non si tratta, infatti, di denunciare le mele marce di un
sistema che funziona ma di condannare l’intero establishment che fa
acqua, destinato a naufragare perché sbagliato nelle sue fondamenta che
danno per scontate abilità impossibili in ragazzi così giovani.
Il pregio del film è chiaramente la riflessione. Non necessariamente una prerogativa filmica, ma aiuta il prestigio di un film che conta tutto su di una sceneggiatura fin troppo scritta, sulla bravura degli interpreti e su scelte filmiche in cui le immagini paiono essere il correlativo oggettivo della fredda angoscia inespressa per la morte di un figlio. Più che le parole colpisce questo deserto americano, fotografato sotto un desolato neon azzurro slavato, tristemente adornato di squallidi fast food, strip-bar, insegne lucide e guns-shop (altra citazione dell’attualità). Non è senza significato che questa desolazione, il cui score è un brusio radiofonico di inutili resoconti dall’Iraq, si alterni alle immagini disturbate, caotiche, confuse, riprese da Mike che sembrano essere le uniche ad aspirare allo stato di “autentica testimonianza” rispetto ai filtri dell’establishment.
Tutte le immagini di guerra sono basate su di una logica di campo/controcampo: quando la divisione fra i due si perde e le identità vacillano, la guerra che si combatte sul campo è quella contro se stessi. E non rimane altro che issare una bandiera al contrario.
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