Dal Texas (via New York) con discrezione, arriva Galapaghost, al secolo Casey Chandler, uno passato dalla più frugale autoproduzione al tour di supporto per John Grant con la tipica rapidità dell'era internet. La rete ha le proprie inesplicabili ragioni, che si sono dimostrate particolarmente confacenti a questa proposta folk-pop tra il didascalico ed il ragguardevole, mediamente carina, perlopiù innocua. Certo, non mancano elementi di curiosità, soprattutto per come l'imprinting stilistico USA va ad immischiarsi alle vibrazioni e inclinazioni british, l'uno riflesso nelle altre e viceversa. Un echeggiare indefinito colto al volo con apprezzabile naturalezza, vedi il caso di Beauty Of Birds (lirismo corrucciato Stephen Stills e inquietudine acidula Richard Ashcroft), Truman (James Taylor tra particelle dreamy Mojave 3) o di Rise & Fall (tipo i Mumford & Sons disincantati Blur).
Una leggerezza di scrittura che sfiora costantemente la didascalia - il Cat Stevens rappreso Elliott Smith di Human Unkind, le cartoline Red House Painters di A Familiar Place, l'apprensione errebì in punta d'ukulele di Never Heard Nothin' - e che tuttavia sa azzeccare una indeterminatezza ammaliante, ora docilmente ambigua (la sorniona inquietudine Donovan via Grant Lee Phillips di The Demise Of Me, il malanimo Black Heart Procession tra astrazioni folktroniche e trasporto quasi Sigur Ros di Disintegration) e ora giocata sulla fragranza dei minimi termini (la gentilezza pensosa Kings Of convenience della title track, i retropensieri agrodolci Gomez di You're All I Need).
Lo diresti un figlioletto del NAM fuori tempo massimo, ma forse è solo un onesto cantore che si meriterà il fatidico quarto d'ora di applausi. Ok, forse anche qualcosa in più.
(6.2/10)
Scheda: Galapaghost
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