Il solito annoso problema. Il post-rock chitarristico è morto? A giudicare da Antimacchina, decisamente no. Cicliche stratificazioni di chitarre in minore per atmosfere in bianco e nero, evocative e speechless come d’ordinanza. Nessuna novità, in definitiva. I referenti sono i soliti noti, dai Mogwai e Explosions In The Sky in giù. Eppure i crescendo dei padovani White Mega Giant hanno un non so ché di affascinante: sarà la nostalgia di un passato neanche tanto lontano ma troppo in fretta dimenticato, sarà il romanticismo alienato con cui i tre innervano il proprio corposo suono, sarà che certi dischi vanno ascoltati in penombra e di notte. Fatto sta che Antimacchina non dispone dell’alterità di molti dei nomi citabili, quell’alterità fatta di algida distanza e fredda reiterazione funzionale a parossistiche esplosioni e catartiche alternanze vuoto/pieno, ma vive di dinamiche umane, di calore, di interazione materica e scambi di umori. Ne sono prova le composizioni, quasi sempre sviluppate in punta di plettro (la lunga, intima e celestiale Katrina), mai aggressive o sopra le righe anche nei momenti più accesi (Cygni), incesellate di delay a tappeto e rintocchi di piano (Mururoa (Preludio All’Antimacchina)).
Forse la più giusta chiave di lettura, o addirittura il senso del tutto, risiede proprio nel titolo dell’album. Nell’opposizione al dilagare della macchina e nella rinascita di un umanesimo dai tratti post-rock.
(7.0/10)
Scheda: The White Mega Giant
Pubblicazione: 16 Gennaio 2012
File under: post-rock
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