Scoprire che un gruppo di tale levatura si è formato nella Napoli straziata dai contrasti – l’immondizia e i mille colori, la camorra e gli scorci mozzafiato, Gigi D’Alessio e la grande tradizione della canzone popolare –, una città che certamente non figura nel mondo tra le fucine di nuovi talenti, ecco, scoprirlo riempie il cuore di speranza e rinfranca l’animo quanto un germoglio sbocciato dal cemento. E fa pensare. Conferma l’ipotesi che la globalizzazione mediatica degli ultimi anni abbia davvero rappresentato una via di fuga dalle trincee del localismo, favorendo una circolazione di idee senza precedenti.
I quattro dietro il nome surreale e poetico di The Mantra Above The Spotless Melt Moon iniziano a fare sul serio nel 2008, con uno split insieme ai God Is An Astronaut che permette loro di essere notati dalla britannica Rare Noise, oggi a stampare il loro secondo full-lenght, Ghost Dance, dopo Defeated Song del 2010 e Rooms Ep del 2009 (al quale collabora Eugene Robinson degli Oxbow).
La vocalist Adriana Salomone ha la sensualità e l’impeto mascolino di PJ Harvey, lo spleen oscuro di Beth Gibbons, gli sbalzi tecnico/umorali di Bjork, e potremmo andare avanti a fare paragoni con il Gotha della vocalità al femminile, tirando persino in ballo oscurità post-gothic e libertà interpretative soul-jazz, per accorgersi che la Nostra, pur nella sua avvolgente familiarità, alla fine non assomiglia che a se stessa.
Ma è la maturità della scrittura a sorprendere. Totalmente fuori da trend passeggeri e logiche di mercato, ciò che scaturisce dalla band partenopea è un flusso rock nel quale strutture tese tra canzone e digressioni progressive accolgono melodie intense, di una malinconia lucente, sorrette da un gusto timbrico estremamente coerente e sfaccettato, mai aggressivo ma ficcante, il tutto finemente arrangiato con sentire vagamente nordico. E viene in mente la completezza espressiva di Jeff Buckley (Blue Army) così come gli ultimi Gathering, e di nuovo Pj Harvey, i gloriosi e misconosciuti Provenance, le recenti derive indie-dark quali Esben & The Witch, i barocchismi post-rock di inizio millennio o il controverso candore della neodiva Anna Calvi.
Chitarre limpide e melodiose incrociano ritmiche duttili e incalzanti, mentre alcuni calibrati inserti elettronici screziano l’atmosfera come folate di aria fredda, per prendere occasionalmente piede, come nelle modulazioni aliene di Slow Motion, o nel finale krauto-tribale di Manau Tupapau. Il tempo all’interno dei brani è totalmente asservito all’evoluzione di un pensiero (in questo il gruppo “tradisce” il proprio passato prog), gli spazi si contraggono e si espandono per accogliere le melodie torrenziali della voce, eppure non c’è un solo minuto superfluo negli 11 brani del disco. Scenari di lucida inquietudine si alternano a scorci immaginari, tra metafora e leggenda (The Wolf), sempre con il pathos e i ricami emozionali che non mollano mai la presa, in un viaggio totalizzante, tanto per il cuore quanto per l’intelletto.
(7.5/10)
Scheda: The Mantra ATSMM
Pubblicazione: 15 Febbraio 2012
File under: Rock
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