Il merito del regista romano Francesco Munzi è di proseguire non banalmente il complesso discorso su immigrazione ed integrazione, già iniziato con il primo film Saimir (2004); là era visto con gli occhi di un giovane albanese, qui lo sguardo prosegue attraverso un altro ragazzo, il fratello di uno dei protagonisti rumeni. Proprio sul suo viso terreo si svolge il prefinale, mentre si sta svolgendo in fuoriscena il drammatico epilogo.
Il film, presente a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs, non ha un centro narrativo, se non nell’incrocio apparentemente
dissonante di storie di differenti esistenze, tutte a loro modo
problematiche, anche nell’apparente vita dorata borghese. Tra egoismi e
paure, tutti sono accomunati dalla difficoltà del vivere, che sono la
paura di essere derubati dei ricchi e le loro insicurezze, e la dura
lotta per la sopravvivenza degli altri. Due mondi che non possono
incrociarsi, se non per scarti e casualità, anche drammatiche, come
nella bella e tesa mezz’ora finale, quando il film, che passa
attraverso una narrazione documentaristica e drammatica, va verso il
noir con il dramma finale della rapina in villa.
Lo sguardo è minimale e mai invasivo, non si giudica ma si narra; un cinema che rimanda all’asciuttezza dei Dardenne e di Haneke, con uno sguardo sul sociale e sulla realtà, caratteristica questa degli ultimi festival di Cannes del resto, che non a caso hanno visto premiate le altre due opere italiane dell’anno, Gomorra e Il Divo. Asciuttezza sempre funzionale alla sceneggiatura, con prevalenza di momenti dedicati al paesaggio, non a caso rivelatore dei “caratteri”: le anguste ville che segnano le paranoie, i quartieri degradati di periferia, una Torino plumbea e dura come l’alba in cui si va a lavorare nei cantieri, ma anche la poeticità del mare assolato dove lo sbandato Marco porta il figlio a fare il bagno.
Per finire, un cast anch’esso funzionale, con le belle prove della minimale Sandra Ceccarelli (moglie paranoica), di Costantin Lupescu (Ionut) e Stefano Cassetti (Marco).
In sostanza, una riconferma dello sguardo di Munzi, un altro italiano da tenere d’occhio.
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