Col ritorno alla Merge i Magnetic Fields riprendono in mano i sintetizzatori. Non lo facevano da oltre un decennio, quindi si sono trovati a fronteggiare un armamentario decisamente aggiornato. La fregola ludica era da mettere in conto. Tuttavia, dopo le escursioni acustiche e noise degli ultimi lavori, l'effetto è straniante: un po' come passare dal languore insidioso d'un club per cuori affranti alla sala giochi di Mr. Magorium. Ma le cose con Merritt e copagni di merende non sono così semplice, non lo sono mai. Nulla è innocuo né definitivo. Nel solco tra genio e artigianato vince un pensiero debole che basta a stringere il cuore, a patto che non si voglia cercare la misura dell'assoluto, ché nel codice dei campi magnetici l'assoluto non sta nella canzone ma "nelle" canzoni, il loro organizzarsi come truppa emotiva attorno ad un vincolo poetico più o meno forte.
Si pensi - ovviemente - al monumentale 69 Love Songs, per più non dimandare. Ogni repertorio successivo (e precedente) ad un lavoro di quella portata rischia d'impallidire, e in un certo senso è accaduto proprio questo. Ma se i titoli degli anni Zero - i (2004), Distortion (2008) e Realism (2010) - potevano essere a vario titoli bollati come tentativi di depistaggio per dribblare l'ingrato confronto, per sfuggire al cul de sac poetico/espressivo, il qui presente Love At The Bottom Of The Sea torna con rinnovata sbrigliatezza sul luogo del delitto, osa proporsi come propaggine sbruffoncella e pure un po' sbarazzina di quello. Ne recupera il tema precipitandolo in fondo al mare, anche se è un mare fittizio, farlocco, un acquario di bollicine e plastilina. Ne replica la varietà sclerotizzandola e comprimendola in "appena" quindici tracce, che sanno zompare tra arguzie Eighties in odore italodisco (God Wants Us To Wait) e popperie giocose tipo gli Xtc più giullari (Your Girlfriend’s Face), per poi sfarfallare tra errebì valvolari e visioni acidule (i Badfinger ipnotizzati Mike Oldfield di Quick!, l'impasto dark-dream di Infatuation, la trepidazione Belle And Sebastian trafelata Julian Cope di The Machine In Your Hand).
Si bazzicano vibrazioni intense e deliziosamente equivoche nelle ebbrezze caramellose Scott Walker di Born For Love e I’ve Run Away To Join The Fairies, ma la misura di questo lavoro sta più nel croonerismo dai risvolti tex-mex di All She Cares About Is Mariachi e Andrew In Drag, nel gioco di contrasti (incedere cameristico e ritmica digitale) di My Husband’s Pied-a-Terre, nelle palpitazioni marzapane di The Only Boy In Town. Insomma tutto uno stuzzicare l'ascoltatore affinché allenti le briglie e accetti ogni canzone come una sfida semiseria, come la disarmante dimostrazione di mestiere che non scorda di seminare un granello di cuore.
(6.5/10)
Scheda: Magnetic Fields
Pubblicazione: 20 Febbraio 2012
File under: pop rock
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