Recensione spot

Mark Lanegan

Blues Funeral

4AD

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Chiunque si sia mai dilettato nella ridicola arte di scrivere recensioni sa che il primo ascolto certe volte ti fa sentire come un naufrago che annaspa per aggrapparsi al primo oggetto a portata di artigli. Ecco, nel caso di questo Blues Funeral come primissimo approccio mi è venuto in mente In Through The Out Door, album col quale i Led Zeppelin tentavano di restare sulla linea di galleggiamento grazie alle tastiere di John Paul Jones, provocando con ciò lo sconcerto degli orripilati fans. Le prime impressioni spesso sono valide, ti indirizzano nella giusta direzione, ma in altrettanti casi è meglio buttarle al cesso. Nella fattispecie, aspettiamo un attimo a tirare la catena e facciamo un paio di considerazioni.

Prendiamo la carriera solista di Mark Lanegan: ancora bazzicava l'efferata compagine Screaming Trees che già scavava solchi propri smarcandosi dal putiferio cavernoso del grunge, cercando cioè una sorta di remissione dei peccati tossici nel lirismo acido di derivazione folk-blues, avvicinandosi all'intensità visionaria d'un Roy Harper e del più acre Tim Buckley, tenendo ben stretto in tasca il santino di Screamin' Jay Hawkins. Un percorso volto a recuperare le radici affondate nel profondo, come un esorcismo archetipo, che divenne esplicito nella raccolta di cover I'll Take Care of You (1999) e che portò avanti fino all'eccellente Field Songs (2001). A quel punto iniziarono gli anni Zero di Lanegan: la collaborazione coi Queen Of The Stone Age, gli album assieme a Isobel Campbell, il progetto Soulsavers con Greg Dulli, e nel mezzo un album (Bubblegum del 2004) che sembra incarnare questa voglia di giocare di squadra per segnare punti sul taccuino del futuro. O almeno per guardare dritto negli occhi il presente, lo sguardo finalmente saldo e i fantasmi ormai ridotti a poco più che rimpianti.

Da quel disco sono passati quindi quasi otto anni, Mark nel frattempo è diventato l'unico reduce della stagione grunge a suonare credibile, persino autorevole. Ed eccoci finalmente all'ottavo album, un pugno di vecchi amici (lo stesso Dulli, Josh Homme, il drummer Jack Irons - già Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, l'ex-Eleven Alain Johannes che suona e produce) e la scelta di innervare il sound di ibridazioni sintetiche che spiazzeranno, sconcerteranno, faranno scrivere che l'ex-albero urlante si è venduto qualche fetta di culo per lusingare i palati giovani. Con lo scopo preciso e un po' disperato di restare sulla linea di galleggiamento. Principale prova a carico sarà presumibilmente Ode To Sad Disco, mid tempo synth wave che azzecca un fascinoso punto di fusione tra Visage, i Cardigans e Chris Isaak. Probabile che l'accusa punterà il dito anche su una Harborview Hospital che sfarfalla trepidazione da Coldplay eniani, e persino su quella specie di locomotiva hard-glam - carburata da una tracotanza carnascialesca Dandy Warhol - che risponde al nome di Quiver Syndrome.

Credo però che alla fine si arriverà ad un'assoluzione, almeno con formula dubitativa. In primo luogo perché comunque il risultato è coeso e credibile. Già: quel vocione è più duttile di quanto potessimo immaginare. Credo potrà deludere solo chi si era affezionato ad un certo ideale laneganiano per così dire bluesy e non vuole rinunciarci malgrado i segnali degli ultimi anni. In secondo luogo perché altrove (nella flemma accigliata di St Louis Elegy, nel tumulto ingrugnito di The Gravedigger’s Song, nell'irrequietezza angelicata e post-tribale di Phantasmagoria Blues, nel piglio un po' dEUS e un po' Afghan Whigs di Gray Goes Black) azzecca un pregevole equilibrio tra istanze gothic-blues venate folk-psych e tensione cibernetica, tanto da farci credere che quanto messo in cascina nella prima parte di carriera fosse (anche) una premessa di quanto potrebbe accadere d'ora in avanti.

Senza contare che una Bleeding Muddy Water o una Deep Black Vanishing Train toccano eccome gli antichi nervi archetipi, e col piglio melmoso di chi sta pur sempre al crocicchio a giocarsela col diavolo. Volendo chiosare ad effetto potrei asserire che malgrado s'incagli in quelle stesse pose che ne hanno un po' imbalsamato l'espressività da metà carriera in avanti, questo Blues Funeral arriva a dirci che Mark Lanegan è vivo e lotta assieme a noi. Ok, a questo punto tirate pure la catena.

(7.3/10)

Scheda: Mark Lanegan

Pubblicazione: 04 Febbraio 2012

File under: blues rock

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