Devendra Banhart nelle corde e un folk che riprende la tradizione americana arricchendola con qualche elemento deviante: il secondo disco di Fabrizio Cammarata è opera intrigante, sospesa tra blues-soul inconsapevole e certe melodie che trascendono la naftalina del chamber-pop nostrano più convenzionale.
A lasciare il segno pensano l'ottimo lavoro in fase di produzione di JD Foster (Marc Ribot, Richmond Fontaine, Vinicio Capossela), un gruppo di musicisti collaborativi (tra cui anche Joey Burns dei Calexico), ma soprattutto dieci brani dalle mille patrie e nessuna. Tanto che se si eccettuano le All I Know e Down Down figlie legittime di dischi come Rejoicing The Hands del Banhart citato in apertura, il resto è materiale di sintesi entusiasmante come non se ne sentiva da un pezzo: i Pentangle addomesticati dalle chitarre elettriche fangose in stile Mark Lanegan di Alone And Alive, gli Iron & Wine via Phosphorescent di Misery, una Aberdeen Lane che dissotterra lo spleen migliore degli Starsailor, il violoncello e la chitarra acustica di Myriam presi in prestito dai Sodastream, il Sudamerica caposseliano della conclusiva Highlake Bay.
Nelle stanze ampie di Cammarata bastano un paio di note per definire il mood di tutto un brano, non si ha timore di maneggiare aspirazioni quasi pop, si lavora di buona lena su timbro e particolari. Il processo è lento e articolato e lo scopo è far si che ogni dettaglio trovi la sua naturale collocazione. A testimonianza registrazioni effettuate tra la Sicilia e gli Stati Uniti ma soprattutto un suono frastagliato e mai ridondante che riesce a fondere con classe congas e sitar elettrico, accordion e slide guitar, mandolino e pianoforte, farfisa e tabla. Dategli tempo e non ve ne pentirete.
(7.2/10)
Scheda: The Second Grace, Fabrizio Cammarata
Pubblicazione: 17 Gennaio 2012
File under: folk
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