Christian Zingales - da queste parti già lo si è detto - o lo si ama o lo si odia. Noi lo si ama. Ma non per questo non gli facciamo le pulci, anzi, proprio per questo gliele facciamo (esattamente come quando scriviamo di Zappa, Zorn, Madlib o qualsiasi altro favorite).
Techno chiude un po' un cerchio, ultima parte di un ideale trittico dedicato alla musica elettronica che comprende anche Electronica (Giunti, 2002) e House Music (Tuttle Edizioni, 2005; entrambi da tempo fuori catalogo), e si pone di fatto come punto sulla carriera del nostro. Colonna e coordinatore redazionale di Blow Up, collaboratore di XL di Repubblica, Christian è probabilmente uno dei pochissimi in Italia a riuscire a vivere di giornalismo musicale (Bertoncelli? Guglielmi?), nonché il critico più criticato dopo l'imbattibile Scaruffi. I suoi meriti più grandi? Avere portato a compimento uno stile di scrittura oltre la descrizione e spesso realmente visionario che da noi si era visto solo con il compianto Alessandro Calovolo (erano i tempi del Rockerilla new wave); e avere sdoganato con passionalità e competenza l'elettronica dance e specialmente l'house (meno costitutivamente arty e intellettualofila della techno, meno facile da sdoganare) sulla più accreditata delle riviste specializzate italiane (Blow Up appunto), quindi di riflesso sulla scena della critica italiana tout court: un contesto fino a una decina d'anni fa ancora sostanzialmente adorniano. Zingo è un generoso, ma a suo modo è anche uno abbastanza irriducibile, lo si capisce dal fatto che parla davvero come scrive, col suo approccio (anti-ideologico, quindi contro-ideologico, quindi super-ideologico, da vero critico militante) e col suo stile (a volte stordente, altre volte proprio esagerato, comunque sempre riconoscibile).
Bene, inquadrato il personaggio, andiamo al libro in questione, che ha scatenato in redazione un giro di mail e di telefonate di confronto dialettico che definire serrato è un eufemismo democristiano. Cos'è Techno? Il grande passionale dizionario zingalesiano della mitologia techno. Punto. Con tutti i pregi e difetti del caso. Zingo ha messo assieme la sua forma e il suo contenuto preferiti, ovvero l'elettronica (Electronica era un ottimo, funzionalissimo bignami di base; House Music un racconto appassionato e in prima linea - vedi l'appendice coi report dei dj set - dove dopo una serie di introduzioni generali e tematiche si procedeva a trattare gli artisti inquadrandoli per nazionalità) e la sua scrittura proverbiale (esposta ed esplosa, con tutti i rischi di una deriva ora quasi-slangistica, ora quasi-letteraria, in un capolavoro di critica musicale come genere letterario chiamato Italiani Brava Gente, 50 ritratti espressionistici - giustamente indicati come "agiografie" nel sottotitolo - di artisti italiani riassunti anche solo da una singola canzone, un singolo gesto, un luogo eccetera).
Andiamo al sodo. Due sono le critiche di fondo che si possono muovere a un libro come Techno, rispetto al quale questioni come competenza e padronanza dell'argomento sono fuori discussione. L'approccio geografico e la mimesi manualistica.
Il libro ha la stessa impostazione (in fondo, a ben vedere, scaruffiana) di House Music, ma con lo spazio riservato alle introduzioni praticamente azzerato: peccato davvero, perché le intro sarebbero stati dei perfetti saggi di sintesi in cui potere unire i fili e sottolineare le connessioni, in quello che invece preso così è un mare fin troppo magnum. Techno riflette ancora più di quanto non facesse già House Music la natura sfuggente e inmappabile del proprio oggetto: Zingo passa in disamina una vera valanga di pubblicazioni anche e soprattutto su piccolo e medioformato, col risultato che nelle descrizioni dei singoli brani, sempre infiammate dall'entusiasmo dell'autore (l'esaltazione anche dei vizi di forma, quasi fossero necessarie antitesi hegeliane, nello sviluppo della carriera di un artista è una delle feature chiave del musipensiero zingalesiano), letteralmente ci si perde (e per ovviare a questo, a fine capitolo, Zingo indica un elenco di LP imprescindibili). Insomma, artisti giganteschi, basici per tutto il genere e oltre il genere, si trovano "affogati" (in una lettura che - va bene - si fa fatica a immaginare sequenziale) tra tantissimi artisti "minori" (sviscerati anche loro, anche quando trattati sinteticamente, nelle loro uscite maggiori e minori) e tra le loro stesse uscite discografiche. Inoltre, giusto per fare un esempio, un personaggio centrale come il "Giuda della techno", il "reietto della minimal", Richie Hawtin/Plastikman, vivisezionato con sofferta ma "doverosa" cattiveria (la crociata di Zingo contro l'autofagocitarsi della catena di montaggio minimal è cosa nota) in uno dei capitoli più belli del libro, si trova isolato (occhei, in una posizione strategica di pre-chiusura) in Canada, perché appunto canadese, al di fuori dei nodi cruciali della faccenda (la Detroit anni Ottanta, i pionieri, la seconda generazione; il rave e l'IDM inglese; l'estremismo sonoro nordeuropeo; l'evoluzione stilistica della berlinese Basic Channel). Il sottotitolo di Techno recita: "Storia, dischi, protagonisti". Ecco, degli ultimi due ce n'è davvero a bizzeffe, è la prima a restare un po' implicita, tra i solchi dei secondi e le vicende biodiscografiche dei terzi.
L'approccio geografico è stato sicuramente un'esigenza redazionale, una scelta assolutamente comprensibile di praticità. Sicuramente più difficile, e sicuramente criticabile per altri versi (il completismo, che invece in questa versione è assicurato, è anzi - come detto - sommergente, stordente), sarebbe stato realizzare un testo tematico (ma Zingo non ama troppo i sociologismi reynoldsiani, e peggio che mai dei reynoldsiani, che si potrebbero affiancare a un discorso del genere), un testo strutturalmente narrativo, che raccontasse non tanto i protagonisti quanto la storia della techno, focalizzato magari sui grandi nomi e sulle relazioni inter-nazionali tra questi grandi nomi, con meno nugoli di artisti e dischi, seguendo la spina dorsale delle varie tendenze tra ortodossie, revivalismi, rivoluzioni e pseudo-tali, appiattimenti fisiologici (ecco, la minimal) e nuove forme tra contaminazione e ritorno alle radici (Zingo cita giustamente da una parte i Cobblestone Jazz di Mathew Jonson e dall'altra Matthew Dear/Audion).
Arriviamo così al secondo punto. La mimesi manualistica. Il libro, nella forme appunto di una trattazione per capitoli stagni geograficamente connotati, e - soprattutto - di una scrittura a tratti davvero ridondante (all'inizio, un po' ingenuamente, la cosa ci ha spiazzato), denuncia un intento quasi-pedagogico, la volontà di trattare tutto per bene, con un proprio spazio dedicato e di comunicare linearmente un certo discorso, in maniera ficcante. Ma è un libro didattico allora, è un manuale? No, perché nonostante forma e modi adottati, molto della vicenda della techno dalla sua primigenia e ambigua nascita gemellata con la house (in tal senso bellissima nella sua semplicità la non-spiegazione delle affinità e delle divergenze tra i due generi, a inizio volume) viene detto in itinere, dato per scontato, o al contrario - il che è lo stesso - spalmato su più schede-artista: dalla scansione delle varie generazioni detroitiane, a una timeline anche solo orientativa che aiuti a comprendere l'evoluzione del genere nella sua organicità. E ritorniamo qui all'assenza delle intro, una mancanza che si sente.
Concludiamo. Techno è un libro senza dubbio da avere, non fosse altro proprio perché è la take zingalesiana sul mondo techno nel suo complesso. Sicuramente però non è un libro per tutti, è roba da iniziati anzi, qualcosa che va da un fan ad altri fan, possibilmente ben sintonizzati. Non un prodotto "pronto all'uso" insomma, ma da leggere a smozziconi, belli concentrati, per decodificare, chiosare, godere delle illuminazionani zingalesiane, collegare, scremare.
PS: su Aphex Twin ci aspettavamo che Zingo tirasse fuori il mitologico battibecco datato 1995 tra Richard D. appunto e nientemeno che Karlheinz Stockhausen pubblicato su The Wire, botta e risposta tra prime donne in cui i due praticamente si prendevano a parolacce, uno di quegli episodi marginali ma illuminanti su quanto gli artisti spesso non si capiscano, non capiscano cioè se stessi e non si capiscano tra di loro. Episodio in parti uguali inquietante e divertente, ma come ha risposto Zingo a domanda: che "usciva dal tono che poteva essere solo apologetico per Afx, un fiero senza se e senza ma diciamo, anche perchè in generale non mi ha mai stimolato come querelle, mi era sembrata molto frettolosa e senza radici, ingenerosa per entrambi, a differenza - per uscire dalla techno - di quella tra Panella e Battiato, radicata e antropologica". (7.0/10)
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