Inglesi di Londra ma con il cuore a Nord, i The Big Pink hanno diviso la critica scatenando pregiudizi per via del soliti proclami di NME, quando in realtà A Brief History Of Love del 2009 non era per nulla un disco malvagio che aveva inoltre anticipato molta della manchester-mania dilagata fino ad oggi.
Co-prodotto dal sapiente Paul Epworth e missato da Rich Costey, quel debutto giocava in grande, poggiando l’asse ritmico/melodico su un suono chitarristico intarsiato d’elettroniche scure che inforcava psych, industrial e trattamenti shoegaze. In parole povere, l’incastro di tanti tributi a venire (vedi The Horrors in Skying, gli S.C.U.M. di Again Into Eyes) e una traiettoria capace di portare i velvettiani Jesus And Mary Chain nel cuore degli Ottanta/Novanta della baggyness psichedelia degli Stone Roses, nello svacco degli Happy Mondays, nel suono potente e meticciato dei Primal Scream e negli Oasis shoegazey degli esordi.
Da allora le basi sono state gettate: il singolo dream-gaze dal ritornello sbarbino, una Dominos stucchevole ma ben arrangiata (è la miglior traccia agli NME awards) e, sempre per rimanere su un target giovane, remix, Undisclosed Desires, dei Muse di cui la band è stata anche gruppo spalla. Giusto ieri, Robbie Furze e Milo Cordell dichiaravano di voler lavorare con Nick Launay e Dave Fridmann, per poi riprendere Paul Epworth. Fridmann non sarebbe stata una scelta peregrina, anzi, è il mentore ideale della svolta emozionale di Future This, un album che apre prima di tutto alla luce e al suono farcito dalle recenti produzioni major indie. I nuovi singoli, Hit The Ground (Superman) e Stay Gold, ma anche Rubbernecking ad esempio, svoltano verso un pop (emo)zionale tra elettroniche e tastierone che parte dai primi MGMT e approda agli ultimi M83. Per certi versi, è la terra del post-shoegaze/post-tutto che Neon Indian ha fiutato nel suo Era Extraña (Jump Music, unica traccia legata alle sonorità del primo disco) ma è soprattutto uno sguardo sugli Ottanta che arriva persino ai Duran Duran (una deboluccia Lose Your Mind).
Venendo al dunque, i sospetti d'operazione a tavolino dell’esordio ritornano qui amplificati: l’album abbassa (inconsapevolmente? ulteriormente?) il target d’età dei propri ascoltatori mentre gli automatismi ad alto volume e ad alto tasso di pathos di molte delle tracce in scaletta portano pericolosamente verso un suono derivativo, con hit melodiche che bruciano in fretta. A fine scaletta, arrivano delle buone ballad (Future This e soprattutto 77), come a dire che la vena melodica, le strofe e il cuore sono al posto giusto quando i ragazzi lo vogliono. Più che sufficenza risicata. Peccato.
(6.4/10)
Scheda: The Big Pink
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