Recensione
One Man & His 30w Pram Lewis Floyd Henry
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folk blues Voti redazione e staff

Lewis Floyd Henry

One Man & His 30w Pram

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L'estetica & poetica busker nutre periodicamente gli stomaci rockofili bisognosi della proteina sempre più rara tra le diete auditive: l'autenticità. Col tempo abbiamo imparato a farne a meno, accontentandoci casomai della sua riarticolazione in chiave po-mo, ad esempio laddove il blues raglia esasperato e fumettistico, vedi il caso Jon Spencer, la sensazione White Stripes o i primi Black Keys. Ma il fascino del talento altezza marciapiede, selvatico perchè mai pasturato dalle direttive dello shobiz, è un'altra cosa. E' l'illusione d'un rock che sboccia tra le crepe, generazione spontanea nell'humus delle difficoltà, attitudine esistenziale che riscatta la precarietà borderline dell'hobo. Ingranaggio anomalo d'un meccanismo che non produce surplus ma una scandalosa sussistenza day by day. Suonare per vivere, e fors'anche vivere per suonare: ehi, cazzo di storia è mai questa?

Già, sembra proprio che Lewis Floyd Henry sia un busker di quelli sesquipedali. Look tra Jimi Hendrix ed il cappellaio matto, armamentario da one man vand saltimbanco, calligrafia sonica che dal mancino di Seattle pesca le stravisioni blues irrorate d'estro folk-psych Grant Lee Buffalo e impeto punkettoso Social Distortion, nella voce e nel piglio un po'  di strascicato misticismo Randy California e quel non so che di sfrontatezza Mick Jagger giovane. Ora incandescente e teafelato (Man's Ruin, Good News), ora dedito a vibrazioni evocative (Magic Carpet, Short Space And Time) e casomai impegnato ad impastare i diversi mood (Rickety Ol' Rollercoaster), voglioso di celebrare la complessità delle radici (vedi la citazione di Grieg nell'Hendrix metallizzato di Went To A Party), il buon Lewis dimostra d'essersi ampiamente meritato questa chance.

La sua vicenda più che la vecchia parabola ascensionale tipo american dream (traslata sulel sponde del Tamigi nella fattispecie) suggerisce un paio di cose sulle magnifiche sorti del rock. Non fosse perchè non s'avvertono sostanziali differenze progettuali - scrittura, arrangiamenti, interpretazione, appeal... - tra questo frutto della strada e i manufatti figli di ben più onerosi percorsi "convenzionali". E' il caso di meditare?
 

(7.1/10)

Pubblicazione: 17 Dicembre 2011

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