Recensione
In Penombra buenRetiro
Cover image
rock Voti redazione e staff

buenRetiro

In Penombra

Deambula Records

Iniziamo a parlare di rock italiano come si deve, senza girarci troppo attorno, e soprattutto senza complessi, senza abbassare lo sguardo. Iniziamo a fare i nomi dei quali – fanculo – andare orgogliosi. “Rock” è linguaggio urgente, che scuote e riconcilia, che interpreta e racchiude le spigolose irregolarità del sentire umano, che crea un senso profondo eludendo le barriere dell’erudizione. “Italiano” è saper fare buon uso di una lingua difficile ma ricchissima di possibilità fonetiche e poetico-musicali. Non confondiamoci con chi, di nazionalità italiana, suona qualcosa convenzionalmente riconducibile a un ambito rock: mettiamo in mostra le differenze.

Prendiamo i buenRetiro, ad esempio. Loro sì, quartetto rock italiano, il quale, dopo una gavetta di oltre dieci anni, giunge a confezionare un quarto album ispirato e malinconico, melodioso e oscuro, che non nasconde le pro-prie influenze ma le rielabora con gusto ed equilibrio. I Marlene Kuntz più riflessivi saltano all’orecchio non appena la voce intona i versi di Canto primo, senza dubbio tra i capitoli migliori del disco. Lo stile di derivazione “godaniana”, tuttavia, si apre durante l’ascolto a un sottobosco fitto di esperienze, e riesce a prendere una direzione personale, dalla quale – s’intuisce – potrebbe nascere una forte identità. Le chitarre, languide o graffianti che siano, hanno il respiro ventoso e irregolare di una Chicago fine ’90, ma con un piede e mezzo nelle stratificazioni dei “giovani” Mogwai, mentre la ritmica si mantiene tendenzialmente larga e crea spazio prezioso alle molte frequenze nell’aria, pur non rinunciando a nervosismi post-rock (la strumentale Xenon).

Il senso complessivo risiede in una musica fortemente introspettiva, nell’esistenzialismo di testi capaci di raggiungere vette espressive luminose (Quale luce), emotivamente densa, coinvolgente nel tentativo di discernere una realtà cruda, “persa in labirinti d’incertezze e ambiguità”. La produzione di Amaury Cambuzat (fondatore degli Ulan Bator), aggiunge stile e ombreggiature a un suono che mantiene volutamente le distanze dai fragili (ed eventuali) dettami del momento, esibendo un’elegante (e apparente) semplicità, alla quale però avrebbe giovato un po’ più di “pacca” là dove necessario. Alcuni brani strumentali, infine, dipingono piccoli quadri privi di figure umane (l’assenza di voce come contemplazione del paesaggio naturale?), creando dei piacevoli fuori fuoco nel campo lungo di un’opera probabilmente incompleta ma di grande fascino.
 

(6.9/10)

Scheda: buenRetiro

Pubblicazione: 14 Dicembre 2011

File under: rock

| Archivio
Antonio Laudazi
Antonio Laudazi (Album 2011)

Rss
copertina pdf #91