Recensione
El Camino Black Keys
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hard blues pop Voti redazione e staff

Black Keys

El Camino

Nonesuch

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Ragazzine nella cameretta, ragazzi dal tasso alcolico sospetto, famiglie nel salotto di casa: un campionario umano vario e ordinariamente freak, impegnato a replicare il ballo gonzo ma determinato dell'ormai celebre clip di Lonely Boy. Ne trovate a pacchi sul tubo. Quando si dice un fenomeno virale. Ciò decreta meglio di qualsiasi disamina il successo dell'operazione El Camino, album che sancisce la definitiva ascesa dei Black Keys nell'olimpo del mainstream alternativo dopo aver messo in bacheca i Grammy e gli MTV Award col precedente Brother. Ben lontani quindi dalle particelle elementari hard blues degli esordi, da quella dimensione primordiale di cantina o garage come luogo mitopoietico irriducibile. Grado zero sparato come un oltraggio elettrico in faccia alle iperproduzioni rock, che comunque non mancava di ammiccare l'aura pop disseminando le scalette di spore vaudeville ed errebì nonché di riletture di Beatles o Kinks tra gli altri.

L'incontro con Danger Mouse (ai tempi di Attack & Release, 2008) è stato lo spartiacque di una carriera che giustamente oggi punta a conquistarsi spazi nell'immaginario collettivo meno marginale, in bilico tra becero e arguto diciamo, cercando di beccarsi gli oneri di un versante e gli onori dell'altro. Presumo che ci riusciranno, visto l'appeal fenomenale che mediamente contraddistingue le undici tracce in scaletta, a partire dal boogie errebì dinoccolato e incalzante della già citata opening track fino al soul funk grave della conclusiva Mind Eraser (gli ZZ Top più melmosi e una verve chitarristica smerigliata George Harrison), passando da una Hell Of A Season che sembra l'avatar assieme motown e post-punk di My Sharona e da una Money Maker che immerge i Sonics nella brodaglia hard blues Grand Funk Railroad).

L'approccio è semplice ma tutt'altro che naif: si tratta di pennellare segni forti (riff assassini di chitarra e di tastiere, queste ultime rigorosamente vintage) e deviazioni stilistiche meno prevedibili, in un gioco di depistaggio che un po' sconcerta e soprattutto tiene viva l'attenzione, il flusso cardiaco dell'adrenalina. Una tecnica che scomoda paragoni un tempo insospettabili, sembrando ad esempio un Lenny Kravitz in fregola Roxy Music in Sister, gli Gnarls Barkley convertiti al verbo Kinks e dannati Temptations in Stop Stop, oppure (e soprattutto) dei TV On The Radio alle prese col piglio sferzante Queen Of The Stone Age in Run Right Back oppure preda di ossessione T.Rex e allucinazioni Pretty Things nel formidabile ordigno glam di Gold On The Ceiling.

Per non dire di un pezzo soul (power) pop come Nova Baby, roba pimpante e accorata di stampo casomai Elephant 6, piuttosto aliena insomma alle canoniche frequentazioni del duo di Akron. E' il bello della faccenda, che presenta il conto quando mette in luce uno schematismo fin troppo rigido, ravvisabile a sprazzi un po' ovunque ma soprattutto nell'imitatio didascalica Led Zeppelin (o, peggio, Free) di Little Black Submarines. Album divertente e divertito. Farà la gioia dei pubblicitari in cerca di motivetti baldanzosi. Ci farà muovere un po' il culo. Magari anche parecchio. Non molto più di questo. Ma, in questo senso, fa centro.

(6.9/10)

Scheda: Black Keys

Pubblicazione: 05 Dicembre 2011

File under: hard blues pop

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