Ogni tanto ne esce fuori uno nuovo. Per Hanni El Khatib vale lo stesso, identico discorso fatto per Alex Zhang Hungtai a.k.a. Dirty Beaches, soltanto che qui al posto delle devianze post-Suicide l’illuminazione retro-rock viene direttamente dalla Jon Spencer Blues Explosion. O per lo meno, dalla maniera di dissacratoria rielaborazione dei crismi r’n’r originari che fu della prima fase del trio newyorchese.
Hanni El Khatib è un altro mezzosangue, proprio come Dirty Beaches, solo che qui niente esotismi dal lontano Oriente o vagabondaggi psichici alla american dream, quanto classica mescolanza made in USA. Figlio di immigrati palestinesi e filippini, cresciuto a San Francisco, trasferitosi a Los Angeles, Hanni sembra aver ben metabolizzato l’intera storia del rock’n roll se è vero che in una mezzora o poco più di incendiario rock prende, rielabora, cita più o meno evidentemente, mischia più o meno consapevolmente Cramps, Tom Waits, ballatone rock strappacuore, crooning estemporaneo, l’Elvis più pelvico che ci sia, l’onnivoro procedere della JSBX, il blues del delta, l’orgiastico garage-rock dei sixties e quant’altro di erotico e scatenato vi possa venire in mente nell’ultimo secolo.
Dopotutto, se spari una copertina virata seppia con un incidente tra una dodge del ’56 e un’auto della polizia, dici molto di quello che è il tuo universo. Tuo e della tua chitarra. Il Tom Waits dell’aureo periodo di mezzo coverizzato dalla Black Heart Procession (Heartbreak Hotel), la rivisitazione targata Funkadelic di I Got A Thing (hannqui come bonus nella versione cd e ripresa per la campagna Just Do It della Nike) o quella della You Rascal You che fu di Louis Armstrong e John Fogerty, il doo-wop fifties tutto coretti, melodie vocali e brillantina di Dead Wrong, l’aggro-proto-punk-blues teso tra chitarra minimal e voce di Loved One come i più scarni numeri garage-blues di Jon Spencer oppure lo stomp jakewhiteiano di Come Alive sono di una freschezza e di una rassicurante presenza che fanno quasi tenerezza. Peccato che Hanni sia un duro. Perché quel cuore sepolto sotto giubbotti di pelle, ciuffo impomatato e jeans stretti sembra proprio tenero.
(7.4/10)
Scheda: Hanni El Khatib
Pubblicazione: 30 Novembre 2011
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