Nella seconda metà del XX secolo, l'ascolto per quattro ore di due reattori di volo risulta, da un punto di vista socio-estetico, più importante di quattro ore passate ad ascoltare Wagner (Wolf Vostel)
Snella raccolta saggistica a cura di Albert Mayr, Pietro Grossi, avventure con suono e segno si rivela lettura preziosa non solo per gli estimatori del geniale compositore fiorentino (di origini veneziane) ma, come spesso accade per la saggistica di alta fattura, trampolino di lancio verso considerazioni e investigazioni a tutto tondo.
Dalla trasformazione della creatività in rapporto con le macchine computazionali alla teorizzazione di una musica 'colta' finalmente essoterica, vengono qui evidenziate le principali intuizioni di Grossi da un manipolo di otto addetti al settore tra i quali lo stesso Mayr, il quale del Maestro fu tra i primi storici collaboratori.
Si respirano dunque alcuni vapori di un tempo che fu, quando era lecito sperare in una logica collettiva capace di compiere un cambiamento paradigmatico nella concezione del nostro linguaggio vitale. Risuonano perciò, nomi altisonanti che sarebbe cosa buona e giusta martellare una volta in più (dacci oggi il nostro Marshall McLuhan quotidiano), così come compositori nostrani che solo oggi stanno cominciando a insinuarsi nel vocabolario degli estimatori di musica elettronica (citeremo almeno Enore Zaffiri e Teresa Rampazzi, inesorabilmente destinati a una rivalutazione che passa anche attraverso libri come questo).
Va però evidenziato l'assunto fondamentale di Grossi, quello cioè in grado di distinguerlo da altri più ingombranti pionieri come Xenakis, Nono o Berio: la teorizzazione e dimostrazione di un'arte musicale e visiva (si pensi al conio della Homeart) intenzionata a fare dell'individuo ispiratore-produttore-spettatore al contempo della propria volontà di affermazione creativa. Massimi sistemi verso un'automazione che sa di purezza, perfezionata solo vent'anni più tardi dai software generativi di Brian Eno.
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