Recensione
How The Things Sings Bill Orcutt
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alt-fingerpicking Voti redazione e staff

Bill Orcutt

How The Things Sings

Editions Mego

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Può capitare a tutti. Mettere sul piatto un disco con in copertina nove plettri colorati su cui campeggia il nome “Stevie Ray Vaughan”, dare l’avvio alla riproduzione e restare sconcertati e ammettere che il nostro cervello ci sta facendo pensare a Bill Orcutt. E scoprire che davvero ciò che stiamo ascoltando è produzione dell’ex-chitarrista dei Harry Pussy.

How The Things Sings è evoluzione ancora più estrema, se possibile, di A New Way To Pay Old Debts, maggiormente densa di varianti e variabili, fermo restando il protagonismo struggente della seicorde bistrattata e delle distonalità alla Jandek. Orcutt eccelle nel witz o nel dilatare le rasoiate e il fingerpicking molesto in avventure meditative (accennate in The Visible Bosom, prevalenti nella title-track e paradigmatiche in A Line From Ol’ Man River).

In tutta la mezzora di How The Things Sings Bill ha il controllo completo della narrazione, è onnisciente anche quando si cala in uno dei suoi personaggi muti e divelti dalle stoccate di chitarra, persino mentre segue con le corde vocali strozzate in gola il pensiero crudele della chitarra. Siamo a volte portati a pensarlo in scia a quel John Fahey che tanto ha innovato ma che tanto ha fatto nascere restauratori. Tanta aggressività verso lo strumento, tanta incompatibilità con quelli che siamo abituati a pensare come temi e pratiche del genere, non fanno che aumentare lo stupore nello scoprire che questa è forse la vera dedizione, la vera intimità, fatta di amore e odio, nei confronti della chitarra. Ed è commuovente.

(7.2/10)

Scheda: Bill Orcutt

Pubblicazione: 14 Novembre 2011

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