A pag 57 accade l’impensabile: siamo sul finire d'un capitolo dedicato a Lester Bangs quando m'imbatto senza preavviso in un virgolettato nientemeno che del sottoscritto. Booom. Vertigine pindarica. Un po’ come se facessi un assist a Maradona, o accordassi la chitarra a Keith Richards, o scaldassi il giaciglio a Rocco Siffredi (ok, quest’ultima potevo risparmiarmela). A parte questo, il libro d’esordio del nostro (di Sentireascoltare, cioè) Gabriele Marino può vantare altri motivi - e anche più solidi - per meritarsi la vostra attenzione.
Frutto di rielaborazione della tesi di laurea, affronta un tema particolare e particolarmente gustoso, ovvero le recensioni di dischi inesistenti, ipotizzati nel solco tra plausibile e inverosimile, tra desiderio e frustrazione, perciò sostanzialmente bizzarri eppure emblematici. Un vizio, o un vezzo se preferite, tutt’altro che ozioso che la critica rock si è concessa fin da subito e ad alto livello, dal momento che il pioniere è stato nientemeno che Greil Marcus sulle pagine di Rolling Stone, anno di grazia 1969. Si trattò allora e si è trattato poi (per la penna dei Bangs, dei Bertoncelli, di Massimo Cotto e Marizio Bianchini sul Mucchio, di Vittore Baroni - autore tra l'altro della prefazione - e soprattutto di Dionisio Capuano su Blow Up) di gesti sarcastici o beffardi, liberatori o poetici tout-court, che comunque svelano meccanismi profondi di un giornalismo sui generis per il quale l’invenzione o la reinvenzione è snodo poetico fondamentale, dal momento che l'immaginario che intende narrare mal si presta ad un approccio eminentemente musicologico.
Il critico deve perciò affidarsi ad impressionismi ed espressionismi vari per abbozzare - con l’inevitabile approssimazione del caso - una attendibile sensazione d’ascolto, ed è questo il solco nel quale pullulano i germi dell’artificio, della - mi sia consentito dire - creazione - ebbene sì - letteraria. Marino compie una panoramica appassionata e autorevole - senza mai perdere il dono della leggerezza - sul fenomeno della "discografia potenziale", concedendosi en passent più di una riflessione riguardo al fare critica rock in senso ampio, avvalendosi del contributo prezioso di interviste di prima mano (a Capuano e Simon Reynolds tra gli altri) e di una considerevole mole documentaria (riprodotta nella gustosa sezione delle appendici, peraltro provvista di esauriente discografia).
Insomma, Marino ha fatto davvero le cose per bene. Magari gli è mancata la risolutezza, o il pelo sullo stomaco se preferite, per spingere il discorso fino al passo successivo (e definitivo), ovvero che quei cialtroni dei recensori in realtà s’inventano un sacco di fregnacce, perché ogni disco recensito è sempre un disco irreale, l’imperdonabile artificio di una mente desiderante. Bene. Si è capito che sto scherzando, vero? Vero?
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