Arriva al terzo film Emanuele Crialese - dopo Respiro (2002) e Nuovomondo (Leone d’Argento nel 2006)- e con Terraferma riceve ancora un riconoscimento da Venezia, il Leone Speciale della Giuria.
Sempre il mare e la sua potenza evocativa, ancora storie di migranti, questa volta quelli respinti d’ufficio nel loro peregrinare per le coste siciliane. Linosa diventa il punto d’approdo per riflettere su quanto l’antica legge di accoglienza del mare venga violata e l’immigrazione clandestina sia diventata merce di scambio dei politicanti. La piccola isola a vocazione turistica fa quindi i conti con questa realtà tragica, mentre diversi personaggi riflettono le varie anime del film. Quella prettamente di sfruttamento turistico, incarnata da Nino, Beppe Fiorello, quella animistico-salvifica del mare, che rappresenta però anche un pericolo, si veda la scomparsa del marito, disperso in mare, della protagonista Giulietta, Donatella Finocchiaro; il rispetto dell’elemento in sé visto nel suo spazio mitico atemporale. E ancora la voglia di fuga e di riscatto da parte di Giulietta, vedova del mare (in contrasto con il rampante cognato Nino, animatore turistico, e preoccupata per l’ingenuo figlio minore Filippo), che crede che un futuro migliore per sé e i propri cari stia ormai fuori dall’isola. Isola che non viene mai direttamente nominata, dando a essa carattere di universalità. Ed è anche un film di iniziazione e crescita, dal punto di vista del giovanissimo Filippo.
La Terraferma del titolo è d’altra parte un porto sicuro per i migranti, per gli abitanti dell’isola e per i turisti che la affollano ignari di tanti drammi che vi si consumano. Rappresenta anche la staticità di una situazione, la rassegnazione rispetto a situazioni che si credono inevitabili e ineluttabili alla Malavoglia, come quelle dei migranti africani, che si preferisce far finta di non vedere, da parte della maggioranza, per preservare gli interessi economico-turistici del posto. Va da sé che invece prevarrà l’umana pietà al posto del mero rispetto della legge.
Crialese si conferma alla prova della terza opera regista di sguardi e di acuta osservazione, non rinunciando al suo punto di vista sia estetico che sociologico.
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