Recensione spot
Call It Blazing A Classic Education
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indie dream Voti redazione e staff

A Classic Education

Call It Blazing

Lefse

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Debuttano alla grande gli A Classic Education e, a dire il vero, ci avremmo scommesso, vista la qualità sciorinata lo scorso settembre con l'ep Hey There Stranger. Tuttavia notiamo con piacere che con Call It Blazing - cd in uscita per Lefse, mentre per Tannen è prevista l'edizione in vinile 180 grammi più download mp3 ad alta qualità - il sestetto felsineo-canadese non si è affatto seduto sugli allori, anzi, si è messo di buzzo buono a lavorare su quelle già promettenti basi per mettere a punto il proprio linguaggio, calibrare le dosi, impastare la dimensione. Te ne accorgi soprattutto dai tre pezzi già noti e reincisi per l'occasione, una Gone to Sea più ruspante e accesa, una I Lost Time che stempera il batticuore scanzonato con una più nitida tensione e quella Terrible Day coi palpiti affranti sixties squarciati da un assolo che incendia fugaci incensi shoegaze.

Si fa apprezzare insomma la determinazione con cui creano il luogo poetico in cui far accadere i loro sketch trepidi e stradaioli. L'eco stretta della voce (flemmatica e indolenzita come si conviene), il gracidio luccicoso delle chitarre, la brezza etoplasmatica delle tastiere, gli arredi essenziali degli archi, la fragranza ruvidamente fifties del comparto ritmico sono gli ingredienti che innescano con sistematica applicazione un afflato dreamy spesso asprigno, stretto nella fatale linea di confine tra cameretta e marciapiede. Una stratificazione di nostalgie diverse (combattivo turgore garage-psych, cupezza sfrangiata dark, iridescenza obliqua dream-pop, apprensione indolente lo-fi...) unificate da una analoga vibrazione di fondo, sintonizzate cioè sulla portante della classica, intramontabile, sempre fruttuosa inquietudine giovanile sbatacchiata nella terra di nessuno tra metropoli e periferia.

Una volta confezionata la scenografia, la scrittura vi sguazza agile e perentoria come un pesce grigio nello stagno: inflessioni melodiche col cuore in tumulto e il ghigno afflitto, squarci acidi e vampe oniriche, gli Ottanta striscianti sotto la pelle dell'edonismo, giunti fino a noi subdoli e formidabili. Citazione speciale per Forever Boy (la dolcezza visionaria e combattiva dei primi Belle And Sebastian e l'abbandono obliquo dei Go-Betweens), Baby It's Fine (i Cure vaticinati dai Left Banke), Night Owl (lirismo sghembo e sconcerto arguto in puro stile Malkmus), Spin Me Round (mestizia basale Velvet Undergorund tra caligini Yo La Tengo e Clientele) e una Can You Feel The Backwash trafelata e calda come il vento in faccia sulla moto a manetta.

Disco come minimo gradevole, spesso avvincente e talora struggente di una band che ha già cominciato a mantenere le promesse.

(7.5/10)

Pubblicazione: 10 Ottobre 2011

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