“If you are watching this movie expecting anything more then action then you're a bit touched in the head. Action indeed, but a special form of action! IT'S 80'S ACTION!” (anonimo sul web)
Come si può dare torto all’amico anonimo? Poche cose sono giuste a questo mondo come un film action anni ’80, visto negli anni ’80, in una tv locale o in vhs e ripescato ora in entusiastica e polverosa edizione nostalgia. Se poi l’action è a base di ninja si trascende del tutto e si toccano le vette delle produzioni mid-eighties targate Golan-Globus e Cannon Group, a base di ninja-action flicks da due lire, girati frettolosamente nel sud est asiatico, con un reparto tecnico-artistico da sufficienza stentata, ma di sicura riuscita finale. Guerriero Americano è il best seller del settore. Girato in fretta e furia nelle Filippine, al botteghino fa dieci volte quello che è costato prima di passare all’home video, dove spacca il culo a tutti e giustifica la serie di 5 sequel che ci verrà propinata da li in poi. Inizialmente quelli della Cannon avevano pensato a Chuck Norris come protagonista, ma questi all’epoca era troppo impegnato tra un cult movie e l’altro (Delta Force, Invasion U.S.A., Missing In Action…). I produttori si risolsero così a scritturare un signor nessuno, che però avesse qualcosa di James Dean. Uno giovane, silenzioso, con il profilo dell’eroe solitario e maledetto.
Il risultato delle ricerche fu Michael Dudikoff, attore alle prime armi, laureato in psicologia infantile e totalmente ignorante delle più elementari pratiche di arti marziali. Dettaglio non da poco per uno che doveva interpretare un campione di Ninjutsu, ma ai produttori non gliene fregava niente. Michael aveva la faccia giusta e il suo agente lo andava vendendo per gli uffici di casting di Hollywood come “Dean-Mcqueen”, ovvero un incrocio tra James Dean e Steve McQueen. Eccolo qui allora il guerriero americano, valorizzato come meglio si poteva fare dalla regia solida dello specialista di origini polacche Sam Firstenberg, che con l’aiuto del coreografo dei combattimenti Mike Stone, cerca di muoverlo nei modi più semplici possibili, ben sapendo che da Michael non può ottenere molto più di uno sguardo torvo in macchina.
Joe, questo il nome del personaggio, arriva in una base americana di marines con un brutta nomea. E’ uno che non fa sconti e ha avuto guai con la giustizia. Scopriamo successivamente che da bambino è stato allevato al culto delle arti marziali da un maestro filippino, che gli ha insegnato tutti i segreti del ninjutsu, l’arte segreta dei ninja. Lo scopriamo perché Joe, solo contro tutti, sventa il rapimento della figlia del generale ad opera di una folla di ninja cattivissimi capitanati da un terribile ninja nero, il braccio armato del trafficante d’armi Ortega. Nel frattempo alla base militare Joe sta sul cazzo a tutti, per il suo fare solitario e il non profferire mai parola, oltre che per la mal celata tresca amorosa con la figlia del generale, ma fa amicizia con il caporale Curtis Jackson che aiuterà l’eroe a sconfiggere i piani criminali di Ortega.
La trama del film non significa nulla ovviamente. It’s 80’s Action, quindi occorre che ci sia soprattutto un forte dinamismo generale nelle sequenze, con zero introspezioni, personaggi caratterizzati con l’accetta e battute di dubbio gusto sparse un po’ qui, un po’ li. Ma è anche exploitation bella e buona, onde per cui Fistenberg riempie le inquadrature di ninja e combattimenti dappertutto, avendo però la mano severissima in quanto a spargimento di sangue. Nel film ci sono qualcosa come 114 morti, ma non c’è traccia di liquido rosso. Siamo nella metà degli anni ’80 e oggi tutto appare datato, però certe cose fanno ancora il loro bravo effetto, come Joe che blocca due frecce a pochi cm dalla faccia della malcapitata con il manico di una pala o il combattimento macchietta tra Joe e Jackson, con tutti i militari attorno e quest’ultimo che finisce a terra di continuo. E non per niente, ma stiamo parlando di Steve James, lo sparring parte d’eccellenza dei b-action d’epoca, che nel finale non può non svaccare totalmente, atteggiandosi come Rambo, con tanto di fascia legata in fronte. E vogliamo dire qualcosa del patetico frangente Harmony con Dudikoff che si traveste da galante uomo dei teleromanzi e seduce la figlia del generale (Judie Aronson) in un videoclip a metà tra Top Gun e una pubblicità Alpitour?
Come detto il film produsse 4 seguiti. In Guerriero Americano 2, siamo ancora su buoni livelli (cioè livelli infimi ma a misura con il senso generale dell’operazione…) e c’è ancora tutta la banda del numero uno, compreso Fistenberg alla regia. Con Guerriero Americano 3 si cambia regia, via Fistenberg e dentro Cedric Sundstrom e scendiamo drasticamente di livello, perdendo Dudikoff e acquistando David Bradley, uno che era davvero un atleta, ma se possibile ancora più incapace di Dudikoff come attore. Guerriero Americano 4 invece vede il ritorno del nostro amato “Dean-McQueen”, ma perdiamo Steve James e in Guerriero Americano 5 addirittura perdiamo sia lui che Dudikoff, ma in compenso acquistiamo Pat Morita (il leggendario maestro Miyagi di Karate Kid) e tra l’altro ritorna Tadashi Yamashita, ovvero quello che fa il ninja nero nel primo film. Che serie epica.
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