L'inizio è un funky robotico, sincopi algide e polverose scarabocchiate sulla piattaforma krauta. D'un tratto si alza una cortina di mellotron come un sipario fibrillante, ed ecco avviarsi la canzone col suo tribolare soul futuribile, senso di allarme e angoscia pastosa nella litania stropicciata del canto, ma anche quel retrogusto di familiarità differita, rifratta, sparsa. Tanto è radioheadianamente riuscita che Thom Yorke si morderà i gomiti. Poi, quando sospetti che il solco sia stato già del tutto tracciato, s'imbizzarrisce la vena elettrica dapprima con foga controllata à la Wire e poi tutto un affilare e deragliare di watt, una concitata incandescente acuminata scompostezza, atto di sacrosanta devozione al dio del rock acido (sempre sia benedetto l'ingresso in squadra di Nels Cline).
Questi, più o meno, sono i sette minuti abbondanti di Art Of Almost, traccia d'apertura di The Whole Love, ottavo lavoro targato Wilco. Uno di quei pezzi che stabiliscono il centro di gravità, e che ti fa venire voglia di esserci ogni volta che lo eseguiranno dal vivo. E' il tipico modo di Tweedy e soci di scombussolare la gerarchia dei segni, di smarcarsi da una pur arguta e accoratissima consuetudine. Proprio come la malattia, il disagio, certi cataclismatici incroci di eventi ti fanno deviare dal flusso confortevole della quotidianità. La musica dei Wilco in fondo è (solo) questo: un doppio filo che intreccia calore e disagio, l'uno e l'altro necessari per tenere in piedi la carcassa, mentre sullo sfondo si consuma il conflitto muto tra ciò che resta del Sogno Americano e la semplice, implacabile evidenza della realtà. E' uno specchio rotto in un milione di pezzi, la realtà vista dal pianeta Wilco. E questo spiega quel procedere dei testi attraverso frasi che sembrano frammenti di una narrazione sfuggente, mai del tutto definita se non lungo il filo pastoso - pastosamente indefinibile - delle emozioni.
Le undici tracce che completano il programma ondeggiano con una certa scaltrezza tra verve errebì contagiata power pop (il boogie screziato fuzzy di Standing O, la battente acideria di I Might, l'accorato disincanto vagamente Kinks di Whole Love) e ballate country folk impegnate a mitigare solennità tristarelle con un filo di speranzosa morbidezza (il tepore allibito e l'estatico vitalismo à la Jim O'Rourke di Rising Red Lung, la mestizia amniotica di Open Mind, il Brian Wilson sognato dai Mercury Rev di Sunloath). Tutto molto più canonico quindi rispetto alla opening track, eppure tra i fili della trama e nei margini sbrecciati si annidano pur sempre quei tipici vibrioni d'irrequietezza post-contemporanea, che siano dissonanze elettriche, perturbazioni sintetiche o il respiro onirico degli archi a spaesare le palpitazioni da front-porch (Black Moon).
Con questo disco insomma i Wilco tornano alla grande in carreggiata, recuperano il senso del loro percorso rispetto all'eccesso di normalità del pur non disprezzabile predecessore. La sensibilità frantumata e ricomposta di Tweedy, quella meravigliosa sensazione di sgretolamento emotivo scampato d'un soffio ma sempre in agguato appena dietro l'angolo, può così affiorare anche in circostanze apparentemente sdrammatizzate come l'incalzante Born Alone (ritornello Tom Petty e incandescenze flaminglipsiane) e nello swinghettino à la Randy Newman di Capitol City. Per poi infine spalmarsi con struggente gravità orizzontale nella lunga One Sunday Morning, via crucis soffice che assolve la mestizia celebrandone la presenza ineluttabile come una lenta, ripetitiva, liberatoria rivelazione. Non è l'album migliore dei Wilco solo perché ci hanno già consegnato i loro capolavori. Ma è un ottimo album di una band (ancora) straordinaria.
(7.4/10)
Scheda: Wilco
Pubblicazione: 05 Settembre 2011
File under: folk-rock-pop
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