Recensione
Self Titled Don Quibòl
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folk-rock Voti redazione e staff

Don Quibòl

Self Titled

Canebagnato

C'è un senso di attesa. Talvolta inquietante, più spesso anticamera di rabbiose esternazioni. I fraseggi si chiudono abbracciando un moto circolare, quasi a formare una raggiera in cui tutto converge verso un sol punto; le chitarre sfrigolano; la batteria si fa pressante.

The World Comes Around cattura con i suoi feedback Mark Lanegan e i Low, li spara sotto il cielo di piombo di Human Perversion, per poi finirli con le malinconie angoscianti di Fear Of Love: un matrimonio pagano speso tra accordi in minore e paesaggi glaciali che solo alla quarta traccia - non a caso intitolata Play-  si scioglie per mostrare un angolino di sole. Nel mentre si naviga a vista tra folk decadente e improvvisi ritorni di fiamma, reminiscenze vedderiane e secchezze elettro-folk: litri e litri di profondi chiaroscuri che fluttuano nervosi tra la polvere e le ombre all'orizzonte.

Paolo Saporiti lo trovate proprio lì, tra il buio e la luce, impegnato a torturare la sapiente scrittura già messa in mostra ai tempi di The Restless Fall col battito incessante dei tamburi di Lucio Sagone e le chitarre elettriche di Christian Alati, donandole l'aspetto di un specchio d'acqua appena increspato (Red Eyes, Waiting on a Friend), o magari diun mare sconvolto da flutti ingovernabili (God). Un sentire ruvido e sconnesso, sdrucito e analogico, fisico e poetico al tempo stesso,  che non si discosta di molto dalle ritrosie esistenziali noir di Cesare Basile.

(7.4/10)

Scheda: Don Quibòl

Pubblicazione: 01 Febbraio 2007

File under: folk-rock

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Fabrizio Zampighi
Fabrizio Zampighi (Album 2007)

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