E così, mentre un Bennett – Tony – compie operazioni di necrofilia scorretta riesumando la salma/voce di Amy Whinehouse a nemmeno un mese dal trapasso, un altro Bennet, molto più efferato e privo di umana compassione (così come di meri istinti economici), compie una operazione di necrofilia corretta.
Assonanze Bennett-Whinehouse / Bennett-Whitehouse a parte, la distanza tra i due mondi è a dir poco siderale. Mr William Bennett aka Whitehouse, smette i panni del violentatore sonico col quale si mostra da decenni sul panorama harsh-industrial e power-electronics mondiale per indossare quelli a nome Cut Hands. Efferato lo stesso, a ben vedere, ma lievemente più intelligibile e piuttosto sorprendente se non si conosce la vita recente del solitario noiser inglese. Afro Noise mette infatti le asperità Whitehouse al servizio dell’afro-sound percussivo di cui ultimamente, vedi alla voce Congotronics, il mondo occidentale ha conosciuto il valore primordiale, la profondità ancestrale e l’assoluto fascino a fronte di una povertà di mezzi (produttivi, oltre che di materie prime) incredibile. Bennett sposta l’attenzione non solo sul Congo ma anche sul Ghana e sui suoi funeral drumming per innescare una bomba ritmica a metà tra l’analogico e il digitale. Vera e propria tempesta di percussività primordiale che assume le forme della ossessiva reiterazione ritmica (l’opener Welcome To The Feast Of Trumpets), della techno terzomondista (Stabbers Concpiracy), della poliritmia (Shut Up And Bleed) non disdegnando efferatezze harsh (le lancinanti scudisciate di Munkisi Munkondi o i sibili stracciaorecchie di Nzambi Ia Lufua) e squarci di stasi synthetica (++++ Four Crosses).
Non una novità questi contatti con mondi “altri”. Bennett ne ha recentemente dato prova in composizioni o titoli come Munkisi Munkondi (da Bird Seed del 2003), Nzambi Ia Lufua (in Cruise del 2001) e Bia Muntati (da Racket) tutte presenti in Afro Noise così come in quella opera di rielaborazione del Bennett-pensiero che fu Whitehouse Electronics ad opera del collettivo Zeitkratzer. Così come è una sorpresa scoprire che ci sia proprio lui dietro la compilation Estreme Music From Africa del 1997, una delle prime testimonianze della musica off africana.
Whitehouse goes to Africa? Noi apprezziamo, pur rimanendo sempre più perduti nelle pieghe del suono di un progetto tra i più avanguardistici di sempre.
(7.3/10)
Scheda: Cut Hands
Pubblicazione: 26 Settembre 2011
File under: afro-harsh-noise
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