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The Modern Dance Pere Ubu
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Rock avant Voti redazione e staff

Pere Ubu

The Modern Dance

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Quando si era ragazzini era normale leggere all’italiana quello strano insieme di lettere, Pere Ubu, un nome che suonava così bene eppure così maledettamente misterioso. In una parola: affascinante. Solo qualche anno più tardi sarebbe stato invece obbligatorio citare Alfred Jarry, francese di fine Ottocento autore di un teatro grottesco, a tratti anche brutale e osceno, che di fatto anticipava il surrealismo con questa strana cosa chiamata patafisica, “la scienza delle soluzioni immaginarie e delle regole che governano le eccezioni”, che aveva già stregato Robert Wyatt e i Soft Machine. Riascoltando a 33 anni dall’uscita e a quasi 10 dal primo ascolto personale The Modern Dance però, tutti i fattori contestuali possibili (e attorno c’erano Television, Patti Smith, PiL, Joy Division, Pop Group, Gang of Four, Talking Heads, la No Wave) non superano mai il rango di indizi di una grandezza e di una irripetibilità che sono da cercare semplicemente in una ispirazione speciale.

La danza moderna è un agitarsi scomposto, muoversi con l’eccitazione febbrile di chi sa di poter perdere tutto ma anche che questo tutto è niente. Il disco continua ed espande il mood apocalittico – fin dai titoli – inaugurato dai singoli 30 Seconds Over Tokyo (1975) e Final Solution (1976), con un concept paranoico dove la condizione post-industriale (gli Ubu nascono dalle ceneri dei Rocket from the Tombs, in quello stesso Ohio che sa poco di fattorie e tanto di ciminiere e fumi e che in parallelo darà i natali ai Devo) fa da cornice a storie d’amore tutte amare, deluse, concluse. Parable di una non più arable land, di una terra non più addomesticabile, desolata, sterile, fredda, indifferente, morta ammazzata. La danza moderna è un folk urbano messo ad essiccare under a big black sun (Over My Head è praticamente un desert western), è un punk-rock spigoloso e stilizzato, in bianco e nero, come la copertina: la batteria essenziale di Scott Krauss, il basso modellatore di Tony Maimone, le rasoiate synth di Allen Ravenstine, la chitarra-camaleonte di Tom Herman, che ora tratteggia con piccoli tocchi arpeggi sottili, ora innesca brucianti riff punk, ora take quasi-reggae alla Redondo Beach (Humor Me, che chiude beffarda, riuscendo nell’impresa di non lasciare l'amaro in bocca). Sopra tutto, ovviamente, la voce di David Thomas, figlio di un professore di letteratura inglese, un “ciccione che canta come un mingherlino”, dirà Stefano Tamburini/Red Vinyle in una intervista con Arto Lindsay, vocalist e lyricist delirante come sarà poi il Black Francis dei Pixies e come lui perfetta trasfigurazione musicale dell’ebete Eraserhead lynchiano, a chiudere una circolarità di ferino isterismo che ha nel Capitano il proprio capostipite e vate.

Dalla sirena da evacuazione di Non-Alignment Pact, alle sfrangiature avant della intro fiatistica di Laughing, da quella Street Waves che è praticamente la versione post-punk del blues di Beefheart (il cui spirito aleggia nelle chitarre sghembe di tutti gli interludi strumentali dell’album) e di Electricity in particolare, alla teatralità espressionista di sceneggiate come Chinese Radiation, dall’inno "blank generation" Life Stinks (firmata dal primissimo chitarrista dei Pere, Peter Laughner, morto di eccessi a 24 anni; per lui un toccante requiem scritto dall’amico Lester Bangs), alla marcia arrancante Real World, vicinissima ai pezzi più scuri e geometrici dei Devo di Are We Not Men…. Giù giù e giù fino a quel Sentimental Journey che è un incubo claustrofobico tra Pierre Schaeffer, ovviamente Beefheart, gli Stooges di Fun House e i Residents. Senza mezzi termini, un capolavoro.

Il percorso dei Pere Ubu sarà ancora splendido almeno per tutti i primi anni Ottanta e regalerà anche inattesi recenti colpi di coda. Quello del Thomas solista, sempre più o meno affiancato dai due fidi ragazzi pallidi Keith Moliné e Andy Diagram, discontinuo e irregolare, sospeso tra sperimentazioni vocali, teatro e ripetizione di sé; ma illuminato da lampi di vera ispirazione poetica e sempre rivolto alla caparbia esplorazione di luoghi immaginari – Erewhon, Spoon River contemporanea, non meno desolata dell’Ohio della gioventù – che sono specchi obliqui del reale.

(9.0/10)

Scheda: Pere Ubu

Pubblicazione: 12 Agosto 2011

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Gabriele Marino

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