Riportare tutto a casa, tornare là da dove si era partiti tanto, tanto tempo prima, in un viaggio circolare. Mito affascinante quanto imperituro, quello dell’eterno ritorno. Un percorso che non pochi artisti si ritrovano a fare, a un certo punto di carriera, più o meno inevitabilmente. È il caso di Circuital, sesto album di quella che è una delle band indiestream (indie + mainstream, se ci concedete il neologismo) più famose e acclamate d’America? Per niente, nonostante il titolo e le entusiastiche presentazioni di Jim James prima che potessimo verificarle con l’ascolto. Ok, l’approccio spontaneo da “cinque musicisti in una stanza” sarà tornato forse quello che ormai dodici e più anni fa aveva animato i primi, misteriosi passi (quelli di The Tennessee Fire e At Dawn, pietre miliari della nuova mistica Americana, quando le gote di Robin Pecknold erano tutt'altro che irsute), e la title-track in tal senso è una sorta di manifesto. Ma questi My Morning Jacket non sono altro che quelli che avevamo lasciato tre anni fa alle prese con gli “sperimentalismi” pop a tutto tondo di Evil Urges. Quelli che si erano – si sono - messi in testa di essere Radiohead, Wilco e Flaming Lips, pur alla loro maniera; e di poter fare coi generi un po’ quel che cavolo gli pare. A ragione, aggiungiamo, ché dopo un disco come It Still Moves (2003) puoi anche incidere le canzoni dei Muppets (cosa che hanno fatto per davvero, ma questo è un altro discorso).
A ogni modo, a fronte della calda accoglienza di critica e pubblico (numero 5 di Billboard all’uscita, che non è il primo posto dei Decemberists – con cui condividono il produttore Tucker Martine – ma siamo lì), sorge il dilemma se in fin dei conti non sia tutto un grande abbaglio, il beffardo destino di una band che conosce la fama quando quel fuoco si è attenuato. O meglio, se sornionamente Jim James sia talmente genio da arrivare al successo di massa con un LP che contiene una canzone chiamata Holdin' On To Black Metal (sic!) e non è altro che la rielaborazione di una canzone soul thailandese degli anni ’60 (E-Saew Tam Punha Huajai, di Kwan Jai & Kwan Jit Sriprajan; cercatela sul tubo e divertitevi). Alla fine a gente così puoi solo voler bene, anche perché, aldilà dei proclami e dei fuochi d’artificio, in cose piccole piccole come Wonderful, Slow Slow Tune, Movin' Away c’è tutto quello che ha portato i My Morning Jacket lì dove stanno adesso. Meritatamente, senz’altro.
(6.5/10)
Scheda: My Morning Jacket
Pubblicazione: 27 Luglio 2011
File under: Indie, rock, folk
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