Il pianoforte di Giovanni Guidi con Gianluca Petrella al trombone, Thomas Morgan al basso, Gerald Cleaver alla batteria e il sassofonista dei Lounge Lizards Michael Blake, è di nuovo il protagonista principale dell’avventura sonica del ‘nuovo’ jazz italiano. Lo strumento introduce nell’apertura con Dess un viaggio che fa della memoria del tempo passato una dimensione su cui ragionare e comporre. Che sia il sentimento di perdita della gioventù, che sia l’assenza di tempo e l’aumento degli impegni, che sia una difficoltà nell’approcciarsi al nuovo in una struttura monolitica come è da sempre quella del jazz canonico, non è dato a sapere. Ma sono questi i punti focali su cui il discorso estetico del giovane di Foligno va a parare.
La tracklist si trascina in paesaggi meditativi tagliati da sentieri free (Furious Seasons) che richiamano la lezione di Ornette Coleman (uno dei maestri riconosciuti dal giovane pianista), armonie d’insieme (We Don’t Live Here Anymore) e controcanti ispirati in solitaria (The Dreamers) con potenzialità che ricordano le formazioni dei migliori coniugi Bley. Per rarefazione, concentrazione, istinto e pacatezza, la carriera di Guidi diventa al quarto disco l’emblema di una ricerca stilistica che ad ogni passo medita sul ‘come dire la sua’, un tormento che a tratti si arroca sul tecnicismo e che subito esplode sulla liberazione anarchica, ma che in fondo è il tentativo riuscito di trovare la propria voce.
Giovanni guida con forza uno dei combo più promettenti dell’improvvisazione tout court, distaccandosi dalla lezione dei maestri (Enrico Rava in primis), e aprendo ad un orizzonte più che mai internazionale. Un tassello importante per la discografia jazz italiana, che fa già scuola. Entrare nel mondo di questo artista non è facile per l’ascoltatore medio, ma è proprio per questo che il disco si fa ascoltare a ripetizione, senza perdere lo smalto della prima passata. Chapeau.
(7.5/10)
Scheda: Giovanni Guidi
Pubblicazione: 12 Luglio 2011
File under: jazz
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