Recensione
The Outside Eliot Lipp
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chillelectro Voti redazione e staff

Eliot Lipp

The Outside

Mush Records

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Chissà mai se Eliot Lipp, prima di confezionare The Outside, avesse ansia da prestazione. Dopo tutto, a Los Angeles i concorrenti in tema di commistione hip-hop/house sono di raffinatezza e spessore crescente – vedi Flying Lotus. Un terreno dove c’è da esser preoccupati, specie per uno come lui, protagonista di una scoperta e di una rapida crescita di reputazione. Attenzione però – novità biografica –, perché Lipp ora figura come proveniente da Brooklyn, non più californiano (ed è pur sempre nato e cresciuto a Tacoma); cosa cambia? Sicuramente, in materia di cultura del clubbing, la minore solarità newyorkese, per esempio. Altra fonte di ansia, quella del cambiamento?

La risposta è no. Il suono di questo ultimo disco è infatti del tutto rilassato, per quanto complesso, stratificato; la linearità dei brani prevale sugli spigoli, i tagli non scoprono mai dei nervi, ma semmai la raffinatezza della cucitura. In tutto questo polleggio, pare contraddittorio ora citare l’estetica da videogame come pressoché prevalente; rimediamo subito dicendo che essa non fa riferimento mai a quattro bottoni in croce, non sembra insomma amatoriale (The Area), semmai “anticata” (Baby Tank, gran pezzo di ispirazione hip hop e paranoia da attesa nel gioco di ruolo).

Il contrasto tra synth vintagisti e tecnologia d’oggi è materiale su cui Lipp sa lavorare, con effetti a volte futuristici (Best Friends e The Meaning, con Jarre non proprio dietro l’angolo, ma pronto all’agguato); di certo non c’è mai completa concessione verso la sincope (The Machine And The Wind), e quel contrasto è appianato da una dimestichezza quasi da moderatore. Ecco che allora nel gran sinergia iperproduttiva dell’electro di oggi spunta un disco come questo che fa tornare in mente l’elettronica dei tardi Settanta, quella che iniziava a sentirsi matura e ostentare sicurezza, non più pionierismo. I pionieri qui presenti in massa sono semmai quelli di Detroit, ma è un’altra faccenda. Se non fosse limitante, si direbbe di The Outsidecome di un album fatto con stile, espressione coerente con lo sguardo del senso comune che avvolse l’ambiente di allora. Eppure sentire il savoir faire con cui Lipp increspa i suoi padri in 7 Mile Tunnell; è lampante; rassicurante, forse; di sicuro stiloso – ecco, l’ho detto.

(7.1/10)

Scheda: Eliot Lipp

Pubblicazione: 10 Giugno 2008

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