Fare una ricognizione dei suoni italiani degli anni Zero non è semplice. Riprendere in mano quello che è successo nella mappa spaziotemporale che ha visto sgretolarsi le certezze di fine secolo è un’operazione che pochi hanno tentato di fare, sia perché troppo laboriosa, sia perché fa capolino il rischio di una potenziale frammentazione (o come viene qui ben definita ‘la molecolarizzazione delle tendenze’): concentrarsi su isole poco rappresentative di un magma in continua evoluzione, mai fermo.
L’idea di Scarabelli parte dall’esperienza del festival milanese Slam X nelle due edizioni 2009 e 2010. Il curatore di quell’evento (insieme a Marco Philopat) ha preso in mano la consapevolezza di aver visto le voci più rappresentative di una ‘non scena’ che continua imperterrita ad esprimere idee nuove e soluzioni musicali che si alienano dai canali delle radio o del mainstream, coniando ogni giorno irrinunciabili trame underground. Cercando comunque di coinvolgere nella narrazione del passato prossimo musicale italiano i suoi più rappresentativi protagonisti, il curatore lascia carta bianca agli stessi artisti e ci propone una raccolta delle loro opinioni, storie, documenti che tracciano linee critiche, percorsi mentali e viaggi lungo tutto lo stivale per tentare di capire cosa sta succedendo nel mondo della ‘nuova’ (?) canzone d’autore italiana.
Un viaggio necessario alimentato dai ricordi di Emidio Clementi (‘padrino’ della scena con i suoi Massimo Volume), Massimo Pupillo (Zu), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Tying Tiffany, Enrico Molteni (Tre allegri ragazzi morti), Dente, Francesco Bianconi (Baustelle), Meg, Federico Dragogna (Ministri), Pierpaolo Capovilla (Il teatro degli orrori), Max Collini (Offlaga Disco Pax), Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica).
Percorsi e provenienze diverse, chi suona nella banda di paese, chi lascia un corso di grafica, chi ha scritto libri, chi alle major ci arriva per passaparola inattesi, chi frequenta i centri sociali e chi li evita, chi prova in un garage con qualche compagno di scuola. Le comunanze tra le voci così disparate sono una completa mobilità sullo stivale (a dispetto di un presunto regionalismo che proprio negli anni Zero prende il sopravvento con le istanze xenofobe della Lega Nord), il riconoscimento della superiorità del canale internet, sia esso lo spot sulla pagina personale o il download pirata dell’album, la difficoltà (o l’impossibilità) di accettare compromessi e la condizione di completa precarietà che si risolve nell’impiego instabile e perennemente a tempo determinato.
Il libro fotografa una parentesi ancora aperta sul suono dello stivale, il Bel Paese che in molti (forse tutti) i testi degli artisti qui presenti è dipinto con toni foschi, qualche volta romantici, in fondo però propositivi, mai apocalittici e nemmeno integrati. Centosessanta pagine, concluse con una breve ‘Storia della discografia indipendente italiana dal 2000 al 2010’, curata da Davide Brace con interventi dei giornalisti musicali Enrico Veronese, Federico Savini e Sandro Giorello da cui partire per scandagliare senza troppe velleità accademiche un mondo che riesce ancor oggi a fornirci una posizione estetica (e per questo più che mai politica) sul nostro tempo. Adatto sia agli specialisti che agli ascoltatori occasionali.
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