Industrial [r]Evolution, opera d’esordio del modenese Giovanni Rossi, richiede il confronto con un un’altra pubblicazione dedicata al genere e disponibile in lingua italiana, quel Manuale di cultura Industriale edito da Shake Ed. Underground non troppi anni addietro.
Là dove il Manuale si pone come cervellotico (ma squisitamente opportuno) approfondimento dello storico Industrial culture handbook pubblicato nel 1983 da V.Vale e Andrea Juno, il lavoro in questione azzarda la catalogazione enciclopedica (per mole dei nomi in essa contenuti) di tutto ciò che, a partire dalle prime deflagrazioni a nome Throbbing Gristle e fino a oggi, ha voluto includere nella propria formula la parola ‘industrial’.
Studiato nella sua rigogliosa interezza, il volume è lettura appassionata ed esaustiva, frutto di preziose testimonianze dai diretti interessati e della penna di Rossi, la quale non lesina inchiostro pur di evidenziare un amore viscerale per pressoché ognuna delle troppe ramificazioni che sono conseguite alla contaminazione della filosofia industrial nella speranza di mantenere alto il vessillo dell'evoluzione sperimentale. Speranza che, a ben ascoltare, si è avverata solo in parte: le pagine più interessanti restano infatti quelle dedicate alla old school, con le atroci deviazioni sonore di Genesis P-Orridge & Co., passando per i nomi ben noti agli appassionati, e dunque Cabaret Voltaire, Clock Dva, Spk, Whitehouse ecc..
Com’era lecito pensare, le nuove leve tentarono di smarcarsi dall’ingombro di quel manipolo di iniziatori che avrebbe significato per i più giovani un nulla di fatto, contaminando le migliori intuizioni degli esordi con elementi dance e metal o semplicemente esasperandone la formula col risultato di suonare, alla meglio, pretenziosi.
Il successo mondiale di alcuni protagonisti dell'industrial metal (Rammstein, White Zombie, Marilyn Manson) ha spinto certa stampa a gonfiarne il contenuto effettivo, contribuendo a ingigantire un circo di immagini assolutamente svuotate dal loro significato iniziale (tutta un’iconografia della violenza al limite dell’estetica snuff) e venduto un tanto al chilo, per la gioia di chi crede nelle semplificazioni.
Sono conseguiti però, col trascorrere degli anni, anche alcuni episodi ibridi da investigare con la dovuta attenzione: il nichilismo strascinato dei primi Swans, il battito alienante dei tedeschi DAF, l'eclettica genialità dei prolifici Coil, il dark ambient del progetto Lustmord e molti altri nomi, da testare sulla propria pelle.
L’Italia, dal canto suo, ha dato un contributo importante alla causa, donandole uno dei suoi più radicali e leggendari teorizzatori con Maurizio Bianchi (del quale segnaliamo la (de)composta eppure lucida postfazione), un qualitativamente eccelso esempio di Ebm (Pankow) e perfino un martire da collezionare senza esitazione alcuna (Marco Corbelli, meglio conosciuto come Atrax Morgue).
Nell’inesauribile tentativo di delineare una rotta comune, si conclude nella sezione Voci dall’underground, dove trova spazio persino lo scaltro electro-chic-punk della padovana Tying Tiffany, forse in virtù di quel sound strozzato da lacci di pelle e stivali in vinile nero, ideale a volumi alti per raduni dark o come sottofondo sexy nei lounge bar con un vezzo d’internazionalità.
Cosa resta, che sarà il futuro? Quali che siano i piani del così detto ‘Beethoven dell’industrial’ - quel talentuoso ma sopravvalutato Trent Reznor capace di mettere d’accordo tutti e dunque di tradire in un sol colpo la ‘mission’ iniziale - risuonerà per sempre, nelle orecchie dei più, la vocetta asessuata di P-Orridge nella raccapricciante Hamburger lady, capolavoro in grado di risvegliare immagini di atavico auto-annientamento, senza bisogno di caricature growl o di un megapalco da colmare col peggio del trash a cui ci hanno abituati alcuni.
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