Del quartet Sasu Ripatti ce ne parlava già nel settembre del 2009, quando lo intervistammo in occasione dell’uscita di Tummaa a nome Vladislav Delay. E, di fatto, in quell'album già era attivo un trio dalle differenti estrazioni musicali: oltre alle percussioni e alla regia di Ripatti, spiccava il jazz di Lucio Capece (clarinetto e sassofono) e la sountrack music di Craig Armstrong; infine, precedente illustre e ispirazione del lavoro era stato il Moritz Von Oswald Trio e la sua formula prettamente in 4/4 intinta di dub equatoriale.
Più scuro e free, in cerca d'equlibri tra passato e presente, l'uscita di Tummaa non scombussolò la critica come fece il progetto dell’ex Basic Channel; così, il contemporaneo annuncio del quartetto aveva smosso aspettative e curiosità, soprattutto per l’inedita presenza in una formazione a quattro di Mika Vainio. Il Vladislav Delay Quartet confermava Lucio Capece al clarino (già all'attivo con l'ex Pan Sonic in Trahnie) e completava la sezione degli strumenti acustici con Derek Shirley (al contrabbasso).
Quasi due anni dopo e abbiamo finalmente quest'album, figlio di una manciata di test dal vivo e di una sola settimana di session negli studi di Radio Yugoslavia a Belgrado. Il Quartet è assoluta libertà e rispetto per il suono "naturale", ha affermato il finnico nel comunicato ufficiale della Honest Jon's, "rifiuta l’ambient dub e ogni microscena ad esso legato" e, salvo piccoli tocchi di sound process in post-produzione del Ripatti stesso, rispecchia una libera jam session tra quattro musicisti.
La quadratura base proviene dal noise industrial di Vainio e dalle percussioni "a cascata" di Sasu. Debut è un album free jazz "negativo" e non solo nel senso di No Wave. Fin dalla prima traccia, Minus Degrees, Bare Feet, Tickles, tra i ghiacci dronici e gli squarci della tela sintetica, è chiaro che leader occulto del progetto è proprio il pansonico, contrappuntato dall'amico Capece. Shirley si occupa dei giri di base senza troppe variazioni (Hohtokivi). Ripatti riempie lucidamente gli spazi incustoditi e fa da cerimoniere.
Complessivamente l'album si porta appresso le critiche che si rivolgono normalmente ai collettivi jazz: episodi mediani, qualche svirgolata evitabile e fortunatamente due brani davvero grandi. Quando i quattro si scaldano i muscoli sono un surrogato degli esperimenti di Scorn e Painkiller, ovvero industrial applicato a un acustico da dopo-bomba, ma anche la materia impro-noise del Vainio solista (la citata opener). Nel momento in cui decidono di fare sul serio ci regalano le impressionanti Killing The Water Bed, dove effettivamente tutti e quattro i musicisti jammano e aumentano l'intensità dell'esecuzione in otto minuti di stordente e granitica scultura sonica e Louhos, con il quartetto a improvvisare sull'unico groove dubbato in scaletta e Capece a riverberare furiosamente il clarino. Sono queste ultime tracce ad alzare notevolmente il voto a un album tutto da spendere dal vivo ma che regala bei momenti anche con lo stereo di casa.
(7.3/10)
Scheda: Vladislav Delay Quartet
Pubblicazione: 11 Giugno 2011
File under: avant-jazz noise
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