Recensione
Lupercalia Patrick Wolf
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electro pop Voti redazione e staff

Patrick Wolf

Lupercalia

Mercury

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Due anni fa il piuttosto deludente The Bachelor fu presentato come primo capitolo di un concept il cui secondo volume avrebbe fatto la sua comparsa nel giro di pochi mesi. Fu addirittura reso noto il titolo: The Conqueror. E invece no. Concept stravolto e titolo cambiato, in omaggio all'antica festività romana detta appunto Lupercalia. Scelta comprensibile: se quelli erano sostanzialmente riti di purificazione e auspici di fertilità, questo disco ha per tema infatti l'amore che sboccia profondo e impetuoso. In ragione di ciò vira con decisione su vivaci sonorità disco-errebì dalle sediziose effervescenze pop, tutto un trasporto entusiasta che non teme di apparire frivolo, inquietudini anzi fremiti che vanno a risolversi in trame melò.

Premesse che di per sé non rappresentano certo un difetto, anzi. Semmai a difettare sono le idee, non troppo chiare - come dimostrano i cambiamenti in corso d'opera - né abbastanza e tutt'altro che brillanti. Le intuizioni melodiche sono, a dirla chiara, banalotte. Situazione già suggerita dal singolo uscito lo scorso dicembre, quel Time Of My Life che si regge su un riff accattivante d'archi e su un ritornello sì azzeccato ma di fin troppo facile consumo. Un po' come se le antiche reminiscenze Marc Almond si fossero concesse uno sbraco Eighties iperpotabile, da qualche parte tra gli struggimenti sciropposi Cock Robin ed i Simple Minds più catchy. Falsariga ribadita dal singolo successivo, una The City che sembra scozzare le Scissor Sisters ed i Righeira di L'estate sta finendo (a sua insaputa, presumo), o ancora quella Bermondsey Street che riarticola i Babybird di You're Gorgeous tra orologi a cucù e vecchi merletti.

Insomma c'è un problema, più sostanziale che stilistico: gli arrangiamenti sono anche apprezzabili nella loro ricercata essenzialità (forte delle timbriche desuete di dulcimer appalachiano, ukulele baritono, onde martenot, glassarmonica, moog Opus 3...), ma gli espedienti diventano orpelli proprio per la scarsa qualità della scrittura. Vedi il lezioso ricamo degli archi nella electrodisco à la Moroder di Togheter o il riffettino Abba del più svenevole che epico (in senso Arcade Fire) terzo singolo House. In questo contesto, inevitabilmente, anche il croonerismo di Wolf non sa replicare il peso specifico delle vecchie cose, bazzicando sfocata melanconia Morrissey (nella David Sylvian wannabe Slow Motion) e certo affettato lirismo - mi sia consentito dire - Spandau Ballet (nella pur valida The Days).

I dubbi sorti con The Bachelor trovano quindi conferma: sembra proprio che la parabola del buon Patrick abbia imboccato la china discendente. Salvo successivi sussulti.

(5.0/10)

Scheda: Patrick Wolf

Pubblicazione: 07 Giugno 2011

File under: electro pop

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