Sarà una suggestione magari scontata, generata dal conoscere anticipatamente la genesi di questo lavoro di Tara Jane O’Neil con Nikaido Kazumi, nondimeno il risultato restituisce una profondità da haiku, l’impenetrabilità misteriosa e volutamente ostica di poesie in un idioma sconosciuto.
Correva infatti il 2002 quando l’ex bassista dei Rodan incontrava Nikaido a Kyoto per alcune performance dal vivo di riuscita tale da persuadere il duo a ritrovarsi sei anni dopo e fissare su disco quattro ore di registrazioni tenute nell’arco dello stesso giorno. Economia di tempi che si rifletteva sui mezzi (strumenti a corda, percussioni, qualche ospite) e si conservava nel 2010, allorché Tara tornava in Giappone per rifinire il lavoro alla Guggenheim House di Kobe, affidando agli echi di una stanza vuota sonorità ricavate da un tamburo e un amplificatore. E infine sul risultato, costituito per lo più da bozzetti improvvisativi di ardua fruibilità che sommano schegge di musique concrete e industrial con l’espressionismo del teatro No e una frugale sacralità Zen.
Al solito, persuadono in maggior misura gli episodi più compiuti formalmente come l’etno-ambient alla Popol Vuh Nikapella e certe missive di nudo folk elettrico trattato come acustico (Lullaby, Kaheeloud) e viceversa (una Nursery giustappunto tra infantile e sinistro). La tipica digressione d’autore: curiosa, coraggiosa, scontrosa
(6.5/10)
Scheda: Tara Jane ONeil, Nikaido Kazumi
Pubblicazione: 22 Giugno 2011
File under: neo-folk
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