Recensione Libro
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Genere

romanzo

Data di uscita

Maggio 2011

Pubblicazione

03 Giugno 2011

Francesco Bianconi

Il regno animale

Mondadori

Nel 1962 Bompiani pubblica La vita agra di Luciano Bianciardi che narra la vicenda di un toscano emigrato a Milano nel pieno del boom economico, della rinascita post bellica che intrise l'Italia di capitalismo, consumo e mercificazione. Il protagonista ci mostra tutta la malavita esistenziale che si cela dietro quest'apparente benessere in realtà per nulla innestato nel quotidiano dell"uomo comune" che ha da trovare un lavoro, mantenere una famiglia, mantenere sé stesso e tutta quella gamma di espressioni vitali e istintive che sono le prime a essere schiacciate dal giogo della necessità di sopravvivere.

Il regno animale, romanzo d'esordio di Francesco Bianconi, narra la storia di un toscano emigrato a Milano alla fine degli anni '00, nel pieno della crisi economica, di quella distruzione di massa delle coscienze che avvolge l'Italia del berlusconismo, della cocaina, della mafia anche al nord e delle fighette nelle discoteche che si professano alternative. Cosa il personaggio ci voglia mostrare, però, non è del tutto chiaro: l'intenzione di ricalcare e attualizzare le vicende - autobiografiche - milanesi del protagonista del romanzo di Bianciardi poteva poteva anche fruttare un remake accattivante e azzeccato. Molte questioni però restano aperte: l'intreccio risulta non compiuto, poco legato nelle sue numerose parti che sembrano essere state raccolte e incastrate in modo sovente posticcio e narrativamente latitante. Il filo conduttore si disperde in una rete che ha ben poco di postmoderno e molto del caos del diario del cantante famoso.

Il passato, l'infanzia e la giovinezza a Montepulciano si mischiano alla vita milanese analizzata senza andare a fondo, tratteggiando personaggi con modi talmente retorici - chi più e chi meno - da avvicinarsi talvolta al ridicolo: abbiamo la matta, il tossico assassino, gli spacciatori di Baggio, la gnocca un po' emo che va agli aperitivi al Mono e al Plastic. Poi c'è il protagonista, Alberto, un po' il solito uomo senza qualità. Impotente d'amor ferito, sfugge gli attacchi di panico mentre vuole scrivere da scrittore vero: invece è un precario, scrive di piante e altre cose noiose.

Bianconi cade spesso in quello che è anche il suo più grande difetto di autore di testi in forma canzone dal 2005 a oggi: riempire ogni spazio immaginativo, non lasciare mai niente al suggerito, rendere tutto palesato e pretendere di chiarire, di spiegarci, con quel suo tipico fare cattedratico. Il leader dei Baustelle mette in bocca a ogni personaggio quel male di vivere ostentato male-detto che di poeticamente maledetto, come lui ci vorrebbe far credere, non ha nulla: ci invita, attraverso un meccanismo narrativo anche piuttosto disonesto, ad imparare a capirlo grazie alle dottrinali spiegazioni che ci fa di sé, del suo modus vivendi. Tuttavia, a sprazzi, mostra consapevolezza del compromesso (persona/personaggio), arrivando persino ad inscenare nel finale un sé stesso che si fa uccidere, un po' da martire un po' da colpevole, in una festa di quelle che più coca-figa-malessere non si può. Quello che in Bianciardi era il "torracchione" (il Pirellone milanese), simbolo e ventre di tutti i mali sociali e culturali del suo tempo e della città, qui è rappresentato da una festa alla moda a Venezia, durante la Mostra del cinema. Emblemi che, ugualmente, saltano in aria.

Non tutto però è da buttare: quando si lascia rapire e dimentica di fare il professorino, Bianconi sa scrivere e neanche male. Ce ne accorgiamo nelle parti relative al passato toscano (dove troviamo, ad esempio, il racconto ispiratore de Le rane) e nelle ultime pagine ambientate a Milano in piazza Duca d'Aosta (che sembrano invece aver dato vita al bellissimo brano Antropophagus). Meno posa insomma, meno frasi fatte e più naturalezza espressiva avrebbero quantomeno migliorato questo libro mediocre, che invece pecca di pretenziosità tutto infarcito com'è di citazioni colte e còlte a casaccio in incipit di ogni capitolo, di note lunghe e narrativamente parallele à la David Foster Wallace.

Ci viene presentato come il "primo romanzo del leader dei Baustelle", come a presupporne un secondo: dovesse proseguire su questa falsariga, potremmo anche evitarcelo senza soffrirne.

copertina pdf #91