Recensione
Room Of Mirrors Kekko Fornarelli
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jazz Voti redazione e staff

Kekko Fornarelli

Room Of Mirrors

Auand

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Già nel precedente A French Man In New York, disco dedicato esplicitamente a Michel Petrucciani, si avvertiva in filigrana una certa simpatia per la cifra espressiva E.S.T., che nel qui presente Room Of Mirrors diventa pura evidenza. Anche perché il progetto Kube di Kekko Fornarelli è appunto un trio piano-basso-batteria nel quale ogni musicista è chiamato ad oltrepassare il tradizionale ruolo ritmico/armonico, secondo l'antica lezione del Bill Evans Trio di cui proprio il compianto Esbjorn Svensson ci aveva offerto una delle più credibili (re)incarnazioni contemporanee.

Un triangolo cioè nel quale i due cateti (Luca Bulgarelli e Gianlivio Liberti) devono sostenere con slancio creativo l'ipotenusa imbastita dal pianista barese, compresa ovviamente la sua "proiezione" elettronica: il risultato è un sound elegante e teso, abitato d'inquietudini atmosferiche e agili tensioni funk-blues, frutto d'algoritmi che domano l'istinto senza impedirne il feedback, come capita stupendamente in Daily Jungle. Le origini mediterranee di Fornarelli risultano così diluite in una trama spiccatamente urbana, calligrafie che indagano la profondità ora con scrupolo ombroso (vedi la title track dai riverberi caliginosi quasi trip-hop) e poi - soprattutto - con flemmatica delicatezza, delineando composte trepidazioni (l'appassionata Children's Eyes, la pensosa Time Goes On) e concedendosi casomai qualche scappatella ritmica (il levigato latin-tinge di Night Lights, il funky swingante di Coffee & Cigarettes).

Si avverte forse un eccesso di devozione rispetto ai modelli suddetti, ma l'intensità di interpretazioni e scrittura uccidono il manierismo nella culla, come spesso capita nel (miglior) jazz.

(7.1/10)

Pubblicazione: 03 Giugno 2011

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