Recensione Libro
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Genere

biografia

Data di uscita

Maggio 2009

Pubblicazione

10 Maggio 2011

Mark Simpson

Saint Morrissey. Psicobiografia dell'ultima popstar

Arcana

Raccontare la vita – e quindi, a ben vedere, la necessità dell’aldilà – di un santo dichiaratosi colpevole, ammuffito, incurante della propria innocenza, assessuato e definitivo, richiede sacrificio; una devozione tipica del discepolo più innocuo, sempre pronto ad omettere, a levare, decisamente in levare, prono a lavare ferite aperte. Così invincibile - una forza tutta da dimostrare, da analizzare - Mark Simpson, giornalista inglese e inventore di parole inutili (metrosexual, vai a capire), definisce il perché milioni di ragazzi nel mondo (“ti sono sempre stato fedele, nel mio modo malato ti sarò sempre fedele” cantava Cole Porter) si commuovono metabolizzando parole, vizi e virtù dell’”Oscar Wilde degli Skinhead” (The Independent): Steven Patrick Morrissey, in arte Morrissey, l’animale ferito negli Smiths, predicatore laico da solista.

Saint Morrissey – come recita il sottotitolo è la psicobiografia di una favola nera – nerissima: come un ragazzo affamato di inquietudini e malattie tipicamente rosè e New York Dolls si sia rifiutato alla vita reale, concedendosi agli altri come nessun’altro; e quindi, dalla solitudine polverosa di una cameretta nei sobborghi di Manchester alla fatua e invincibile idolatria – subita, mai assaporata - di milioni di ragazzini problematici nei confronti della popstar con le ferite da predicatore, quello con il ciuffo birbante. Come concedersi agli altri e rifiutare se stessi, un donarsi. Un racconto scandito dai temi più cari – e più dolorosi – dell’universo morrisseyano, dal protagonismo assoluto all’amore per la madre di stampo squisitamente pasoliniano, dall’unica premessa a tutta la poetica del Nostro (“solo gli altri hanno conquistato l’amore”) alla sessualità mancata, la fame di omicidi silenziosi e quasi reali e, quindi, la morte dell’essere intimo causa la fama, ah maledetta Los Angeles.

Un’analisi, quella di Simpson, dal sapore finto e arzigogolato quando si riduce alla pura analisi del pensiero dell’immenso Steven M. (i cui testi raccontano ciò contro cui gli animi sofferenti vogliono, ripeto, vogliono sbattere). Simpson tralasciando (in)consapevolmente la fama di gran mentitore dell’artista mancuniano tradisce la verità della sua vita; lo stile e la poetica morrisseyana vanno identificati con la sua esistenza, inevitabile dunque l’associare frenetico, i ricordi con la madre e la sparizione mai così voluta del padre, le paure e desideri movimentati eppure ghiacciati da tutto il resto; quando Simpson si addentra nei meandri dell’”Anticristo Gay” (Vogue), il ritratto si modella per il fan, riconoscibile e sempre intento ad abbracciarlo.

Lui: un quadro così frammentario da risultare quasi inevitabile e veritiero, un disegno sulla pelle di Morrissey; la sua vita nascosta quando rivelata al resto del suo regno diventa l’emblema dell’uomo perfetto (se esistessero solo gli uomini causa l’annullamento della forma donna). Leggendo la pur documentatissima analisi di Simpson viene da immaginare Morrissey nell’orto di Getsemani, tutti gli altri attardati dalla sua intrinseca magnificenza, e, da un lato, lui, immacolato e – secondo Thompson – convinto dell’inutilità della morte, e dall’altro lato il suo sì definitivo al gesto suicida, il suo considerarlo un atto di coraggio e di autocoscienza. E qui, l’autore del libro si perde, non coglie l’ironia morrisseiana nell’interpretare la friabilità della vita altrui, il rispetto per la nostra fine (badate bene, non la sua), e così, Simpson si riduce ad analizzare selvaggiamente i testi delle canzoni, come se il segreto fosse tutto lì. L’orto di Getsemani viene invece arredato dallo stesso Morrissey, confuso nel suo rivestirlo di drappi colorati. Lui sì avrebbe inciso il suo eclettismo malato in un luogo sacro.

La vita di Morrissey è sofferenza vera, è il suo irriderci continuamente, il suo convincerci a chiudere il cerchio. La nostra devozione è finta, siamo solo imitazione di un santo, ironico e distruttibile, difficilmente rintracciabile, impossibile da tracciare perché riflesso di sofferenza e desiderio assieme. L’opera di Morrissey vive nella descrizione – univoca e definitiva – dei suoi gesti come persona, non nelle analisi delle parole, utili solo a destinare al mito chi destinato lo era già da tempo. La sofferenza dell’uomo Morrissey – ben individuata dall’autore, ma non altrettanto spiegata – si “riduce” all’atmosfera dei fumosi anni ottanta di thatcheriana memoria.

Un libro di testo sulla storia inglese di quegli anni introduce meglio Morrissey di qualsiasi analisi specifica. Per tutto il resto c’è l’immagine veloce di uomini che rincorrono l’ex cantante degli Smiths per toccarlo, come sfiorarlo mentre Lui canta “Sweet and tender hooligan”. Il tutto si riduce alla persona che soffre (“se George Michael avesse vissuto la mia vita per cinque minuti, si sarebbe strangolato con il primo pezzo di corda a portata di mano”), non alla fuorviante metamorfosi insita tra le righe del suo vociare infastidito dal mondo (d’altronde chi sta “in piedi davanti all’orinatorio, pensa di avere il mondo nelle sue mani”).
 

copertina pdf #91