Recensione
Some Cold Rock Stuf J Rocc
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instr. hip hop Voti redazione e staff

J Rocc

Some Cold Rock Stuf

Stones Throw

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Se c'è una crew che più di ogni altra ha segnato l'evoluzione del turntablism nella costa Ovest degli Stati Uniti, beh, questa risponde sicuramente al nome di The World Famous Beat Junkies. Probabilmente a livello tecnico gli sono superiori gli Invisibl Skratch Piklz, ma io, per musicalità e flow, ho sempre preferito i primi. J Rocc, che appunto ne è il membro fondatore, da anni è anche il dj di punta del roster della Stones Throw, l'etichetta indipendente di Peanut Butter Wolf, che negli anni Zero ha segnato in maniera irreversibile l'hip hop underground statunitense dando alle stampe i capolavori di Madlib, J Dilla, Madvillain e via dicendo. Some Cold Rock Stuf è il suo primo album ufficiale, dopo una produzione sterminata di mixtape, scratch-album, dodici pollici e tributi.

Lo metti su e non puoi fare a meno di pensare al primo DJ Shadow. Grassi funky breaks che si impastano impazziti con altrettanto grassi samples, lontano dai barocchismi melodici del capolavoro Endtroducing ma con una grana sonora e un senso della costruzione del groove molto simili. Ascoltarlo dall'inizio alla fine è fare un salto all'indietro negli anni Novanta, con quel suono pastoso delle frequenze tagliate dai campionatori Akai, quando seduti sulle panchine i producer si passavano cilotti caricati a marocchino (e di "instrumental hip-hop ... electronic music ... dance music ... smoke tracks ... assorted cold rock stuff" si parla ne lancio ufficiale sul sito della ST).

Party ti massacra i timpani con quel basso slabbrato e lacerante, Stay Fresh ti fa viaggiare in tangenziale alle quattro di mattina mentre torni a casa da una jam, Malcolm Was Here (Part 1 & 2) ti fa muovere tutto in un boom-bap jazzy e febbricitante. Roba da cultori, ovviamente. Che funziona soprattutto se ci mettete del vostro, se amate questo suono alla follia, a prescindere dall'hype del momento. Some Cold Rock Stuf si rivela allora un gran disco, perché strumentali del genere mi fanno rivivere la mia bildung, la mia formazione musicale, e nella loro semplicità fanno riferimento ad un ideale di funk scheletrico che più passa il tempo e più si rivela classico, vero archetipo anzi del grasso suono hip hop del finire del secondo millennio.

(7.3/10)

Scheda: J Rocc

Pubblicazione: 10 Maggio 2011

File under: instr. hip hop

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