Recensione
Everything's Getting Older Aidan Moffat, Bill Wells
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Jazz-Pop Poetry Voti redazione e staff

Aidan Moffat, Bill Wells

Everything's Getting Older

Chemikal Underground Records

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Ok, Aidan lo conosciamo già, e pure bene: non ne perdiamo una mossa, dacché lui e Malcolm hanno imboccato strade separate, spezzando non pochi cuori svezzati a pane e Philophobia. Su Bill Wells, compagno della nuova tappa di un errabondo percorso solitario che finora ha portato il barbuto di Falkirk alla poesia porno (I Can Hear Your Heart) e al cantautorato folk-pop (How To Get To Heaven From Scotland, coi Best Ofs), val decisamente la pena di spendere due parole. Stiamo parlando di un signore che da diversi annetti è protagonista assoluto del sottobosco scozzese, che produce ma soprattutto suona (basso, chitarra, piano), che mastica jazz e avanguardia (con il suo Bill Wells Trio) ma non disdegna collaborazioni e contaminazioni varie e assortite (Isobel Campbell, Pastels, Telstar Ponies, BMX Bandits, Future Pilot A.K.A., Maher Shalal Hash Baz), che va da Gil Evans a Burt Bacharach passando per Mingus con una sensibilità che non è proprio da tutti.

“A change is just a new routine” canta Moffat in Cages, ed è proprio questa l’idea su cui si regge Everything's Getting Older, appena venticinque minuti in cui la formula Arab Strap rivive di nuova linfa, diversa eppur ancora uguale, con quei versi sbilenchi in bilico tra canto e spoken word rovesciati (a mo’ di pinta sul bancone, ovviamente) su tappeti sonori mai prevedibili e scontati, pur nella loro matrice classica e jazzy. Ci sono voluti la bellezza di otto anni per completare queste poche tracce (l’avvicinamento tra i due è avvenuto all’epoca di Monday At The Hug And Pint, sui cui solchi Wells fece tintinnare il piano), ma davanti a piccole gemme di melodia come A Short Song To The Moon  e il cinematico singolo  (If You) Keep Me In Your Heart, il rap sordido a su base acid di Glasgow Jubilee o una Ballad Of The Bastard che echeggia addirittura Neil Young (quello coi tasti d’ebano e d’avorio, non con la sei corde), sembrerebbe sia trascorso proprio il tempo giusto, non un secondo in meno. Un disco di quelli in cui non ti imbatti tanto spesso, no.

(7.1/10)

Pubblicazione: 18 Maggio 2011

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