Recensione spot
A | A - Alien Observer / Dream Loss Grouper
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dream drone Voti redazione e staff

Grouper

A | A - Alien Observer / Dream Loss

yellowelectric

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Liz Harris, Grouper, è già da tempo oggetto di culto per le aste di ebay dove i suoi dischi in vinile finiscono sempre per essere battuti a cifre irragionevoli e si può stare certi che lo stesso avverrà con le poche copie esistenti del doppio vinile A | A. Due dischi singoli, Alien Observer e Dream Loss, riuniti sotto un’unica etichetta tanto metaforica quanto sostanziale.

Si era già visto con l’ultimo split con Roy Montgomery quanto la scrittura della musicista di Portland si fosse raffinata con il tempo. A | A per compiutezza e disegno generale è destinato a fare da capo d’opera per la sua autrice, dribblando abilmente la pericolosa risacca del post – Dragging A Dead Deer Up A Hill, il disco che nel 2003 le diede più visibilità forte di un songwriting più pulito e una distribuzione firmata Type.

Oggi, tutto torna in autonomia. Produzione autarchica e distribuzione fai da te (con l’aiuto di Mississippi Records che vale come minimo a garanzia di qualità…) sono gli architravi per un doppio sogno sonoro che sulle prime annichilisce per l’integralismo e la coloritura monocromatica, e ai passaggi successivi tende ad accogliere sempre di più in un caldo intimo abbraccio. A | A salta di netto il profilo pop folk di Dragging A Dead Deer Up A Hill, facendo da trait d’union tra le ultime composizioni apparse sull’ultimo ep Vessel e dischi precedenti come Wide e Cover The Windows And The Walls, probabilmente i suoi lavori più enigmatici e fascinosi.

Dei due, Alien Observer contiene le tracce più recenti. La title track è tra le cose più vicine a David Lynch apparse di recente, ma è lo stile stesso di Grouper ad andare verso quella direzione: nebbia brumosa di feedback, canto lunare e ultraterreno, malinconia oltre il livello di guardia. In heaven everything is fine. L’ostinato profilo lo-fi che pure fa storcere qualche integralista del microfono buono non fa altro che aggiungere fascino ad una musica che se prima era soprattutto scenografia e (r)umore, ore è anche architettura e forma. L’iniziale Moon is Sharp potrebbe essere tranquillamente un brano dei Cocteau Twins di mezzo, se non fosse per la polvere nebulosa della chitarra effettata e per gli eco riverberati fino all’eccesso. Che il taglio generale dell’operazione sia quello dell’ultima figlia dello shoegaze è quasi ovvio. Se l’idea dei My Bloody Valentine, di abbozzare delle canzoni e ricrearle nel missaggio sfasato delle tracce ha dato vita ad una folla di scialbi imitatori, Liz Harris dimostra di aver appreso la lezione con una maestria tutta sua. Arrivano da qui brani come Vapor Trails e She Loves Me That Way, sempre sul punto di sfaldarsi in un non meglio definito noise di sottofondo. Come dire che lo status di bozza può diventare un regno di possibilità espressive.

Dream Loss contiene le tracce più datate. L’atmosfera del primo disco, già sospesa e rarefatta, subisce qui un ulteriore regressione verso l’onirismo e l’oblio. Dragging the streets, nella sua diafana psichedelia liturgica è a due passi dai This Mortal Coil di It’ll Ends In Tears e c’è qualcosa di profondamente piacevole nel modo in cui il brano si stempera nella distorsione di I Saw A Ray e ci troviamo di colpo in territori drogati alla Flying Saucers Attack. Per non dire delle successive e impenetrabili No Other e Wind Return, degradate nella forma dal missaggio e irrefrenabili nella loro malinconia folk che sembra di ascoltare un nastro di Sibille Bayer sopravvissuto all’ultima delle catastrofi. E infine il canto della Harris, costantemente ottenebrato da qualche intervento tecnico, sia esso un riverbero, una doppia voce, una distorsione, eppure immediatamente riconoscibile nella sua eco triste. Un trademark non da poco.

Grouper, in fase di press release, ha tenuto a dire che sottili e sotterranee correnti tramano da un disco all’altro, finendo di fatto per identificarli come unità, sebbene siano godibili anche presi singolarmente. Di sicuro un doppio del genere farà la gioia degli estimatori dell’epoca dream pop / shoegaze o dei “nostalgici” della prima Kranky e dell’altra Bristol, anche se forte com’è di un songwriting di altissimo livello è destinato a raccogliere consensi un po’ ovunque.

(7.7/10)

Scheda: Grouper

Pubblicazione: 26 Aprile 2011

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