Recensione
Boo Human Joan of Arc
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post indie Voti redazione e staff

Joan of Arc

Boo Human

Polyvinyl Records

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Prima o poi rischi di annoiare i lettori, parlando della creatura dei fratelli Kinsella. Colpa in parte anche dei diretti interessati, del resto, perpetuamente e pervicacemente immersi nell’appassionato “girare intorno” a una musica apparentemente uguale, le cui mutazioni di disco in disco sono affidate ai particolari, a una ritmica più pronunciata o una dimensione acustica in rilievo. Siamo sempre lì: ogni uscita tratteggia il capitolo di un romanzo d’appendice, appositamente concepito per tenere in sospeso i lettori fino a chissà quando.

Due gli anni che separano Boo Human dal predecessore Eventually, All At Once, se non ci siamo persi nulla nell’intrico di progetti paralleli e tirature limitate che è la folle discografia della Giovanna da Chicago, tuttavia potrebbero tranquillamente essere due mesi, due giorni o due ore. Non cambia l’incostanza intellettuale (auto) ironica che regala la voce a un ponderante, sbilenco cantautorato folk (Shown And Told, So-And-So), alla svolazzante complessità di classe sopraffina (Just Pack Or Unpack), agli archi e all’elettronica sinuosi. Riflettendoci sopra, ti accorgi che tempra e stile sono i medesimi dei Maestri di una band a torto infilata nel limitante, autoreferenziale calderone “emo”: l’asse Red Krayola/Art & Language/Pere Ubu/Gastr Del Sol, in altre parole, nel cui solco di avant-rock intelligente e senza spocchia i Nostri lavorano da tre lustri.

Dunque tocca aver la solita pazienza e far girare il dischetto più volte pena la sua incomprensione, annotando come dell’avanguardistica frigidità contemporanea vi siano pochi e ignorabili avanzi, confinati a un paio di brevi siparietti. Di contro, i cinque minuti di Vine On A Wire padroneggiano tensione in punta di tasti e lame sonore che partoriscono lirica malinconia, la delicatezza sonora di A Tell-Tale Penis entra di diritto tra le cose più riuscite di Tim Kinsella e la suite If There Was A Time/The Surrenderallestisce un andirivieni tra pieni e vuoti, cosmo e brume, Germania ’70 e Texas ’68 che atterra in lande a sé stanti. Musica che sviscera il proprio classicismo con capacità critica non comune, questa, perciò da premiare.

(7.3/10)

Scheda: Joan of Arc

Pubblicazione: 13 Giugno 2008

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