Recensione
A Place Where We Could Go Jeremy Jay
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songwriting Voti redazione e staff

Jeremy Jay

A Place Where We Could Go

K Records

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Al debutto dopo un discreto EP (Airwalker) uscito lo scorso autunno, il songwriter californiano Jeremy Jay lo diresti appena uscito da un film in b/n periodo Novelle Vague francese, con quella stilosità teen sixties e l’estetica eighties ripresa proprio da quegli anni. Poi si vengono a scoprire ascendenze europee, svizzere per la precisione, e tutto comincia a tornare.

Ad ascoltarlo, viene fuori un curioso mix di sensibilità fifties (un Buddy Holly mixato Riche Valens a sua volta passato attraverso gli Ottanta costelliani che a quel suono si rifacevano, si ascolti Till We’ll Meet Again per dire), di cantautorato Gainsbourg meets Francois Hardy– anche nell’attitudine piuttosto romantica ebbene sì - , di sound che più new wave di così non si può (quelle tastiere e quei bassi inconfondibili, si veda Escape To Aspen, bassi già abbondantemente presenti nell’EP d’esordio), di chitarrismo molto Ottanta, il tutto tenuto insieme da un’attitudine che ci ha fatto pensare a una sorta di Micah P Hinson meno tormentato (e folk) ma egualmente dotato. O a un Jonathan Richman nello stesso modo scanzonato.

I toni si scuriscono nell’album, grazie anche alla voce acida di Jeremy, in quella che definiremmo una rielaborazione di quarant’anni e più di cantautorato da questa parte e dall’altra dell’Oceano. Parla di “beautiful rebels” ed “heavenly creatures” il Nostro, con aria sorniona. L’attitudine è sincera e lui ci crede, immerso nel suo immaginario di fascinazioni decadenti. Gli crediamo anche noi. Una conferma.

(7.1/10)

Scheda: Jeremy Jay

Pubblicazione: 10 Giugno 2008

File under: songwriting

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Teresa Greco (Album 2008)

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