I testi degli Orange Lem pullulano di riferimenti a registi (Fellini, David Lynch), attori (Mastroianni), scrittori (Jonathan Coe), artisti come Andy Warhol e fenomeni sospesi tra costume e Storia come Jackie Kennedy. Pesi massimi insomma dell'immaginario collettivo trattati con la leggerezza delle fantasie da cameretta, come modelli di ipotetiche prospettive tramate nella cerchia degli amici più fidati. Un metodo preso in prestito - diciamo così - ai primi Belle And Sebastian, simile il senso di dimensione precaria però illuminata, come se nell'epoca delle comunicazione pervadente la periferia rappresentasse un punto di vista sempre più raro e quindi prezioso.
Questo è a spanne lo sfondo poetico sul quale opera il linguaggio del quartetto pesarese, indie-wave piuttosto nostalgica e sbilanciata british, polpa frugale ravvisabile attraverso le evidenti propensioni sintetiche che li portano ad omaggiare i Visage (di cui rileggono con sagace morbidezza Fade To Grey) e più in filigrana Giorgio Moroder (nella conclusiva Cinematronics). La loro non è una proposta eclatante, del resto neanche sembrano interessati a stupirci con dispositivi sonici inauditi. Tuttavia, con quella pronuncia un po' scolastica, con le congetture abbastanza prevedibili degli arrangiamenti, con quell'applicarsi puntuale alla luce di un disarmante contro-virtuosismo, si dimostrano capaci di snocciolare canzoni ben scritte, piantate su solide fondamenta e ravvivate da intuizioni non trascendentali ma sempre opportune. Vedi su tutte il pop-wave screziato psych di The House Of Sleep (ugge The Sound e intrighi Stranglers), le palpitazioni di Toast To A Butterfly (da qualche parte tra Chameleons e Notwist) o ancora i Wire allampanati Xtc di Geometric Woman.
Come esordio è davvero niente male. Quanto ai colpi di genio, restiamo sintonizzati.
(6.9/10)
Scheda: Orange Lem
Pubblicazione: 23 Aprile 2011
File under: wave pop
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