Recensione
Mirrorwriting Jamie Woon
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nu-soul popstep Voti redazione e staff

Jamie Woon

Mirrorwriting

Polydor

Uno degli album più attesi dalla cricca di gente che viaggia con la playlist su coordinate nu-soul e dubstep: per intenderci, quelli che hanno esaurito dopo pochi istanti i posti per il concerto di James Blake o che si sono esaltati ascoltando il disco dei Darkstar. L’esordio di Jamie Woon, già anticipato dal singolo Night Air co-prodotto da Burial, si riporta su binari popstep influenzati dal blues e dal soul, come va di moda oggi.

Il ragazzo ventottenne non è però un novellino. Amico di Ramadanman (che ha chiamato in suo onore una delle sue tracce The Woon), in tour come spalla di Amy Winehouse, vari remix per lui da parte anche di Hudson Mohawke e Royce Wood (Lady Luck), un featuring in compagnia di Om’Mas Keith per il singolo Solidify di Subeena su Planet Mu, coinquilino del Portico Quartet nell’East End londinese, segnalato come New Band Of The Day dal Guardian, al quarto posto nell’influentissimo sondaggio BBC Sounds of 2011 (dietro a Jessie J, James Blake e The Vaccines): insomma, uno che si dà da fare.

Tre anni per concludere il disco, registrato tra Londra e un cottage della Cornovaglia, dove il gossip dice che abbia registrato i suoni dell’argenteria e delle pietre del torrente per trasformarli in percussioni da aggiungere all’album. Un’attesa che gli ha portato fama, riconoscimenti e probabilmente esperienza. Il ragazzo londinese - dalla voce che somiglia tanto a quella dell’omonimo Jamie Lidell - parte con un full denso di riferimenti agli Ottanta e ai Novanta (ad esempio al pop raffinato degli Everything But The Girl), al soul e alle derive post-step che oggi si incanalano nei binari del pop.

Street è una cosetta da niente che ti prende subito, un ritmino eighties che non ti togli di dosso, il singolo con Burial (Night Air) riprende la fase electro dei Depeche Mode e gli aggiunge la voce cristallina che va su e che ti cuoce l’anima, Lady Luck si fa contaminare dal soul pacchiano da classifica (ma ha un suo mood che esula dal peggior Timberlake, per intenderci) e che sicuramente sarà amata da migliaia di ragazze, Shoulda è il richiamo alle canzoni da studio ‘80 (dice bene il NME quando cita In The Air Tonight di Phil Collins), Echoes ci va di falsetto retrò con qualche puntatina step, e poi la seconda metà del disco si rilassa in qualcosa che potrebbe essere benissimo usato in qualche compilation chill-ambient di classe (Spiral, Secondbreath) e che fa scendere le vibrazioni dei picchi raggiunti in precedenza.

Il dubstep è diventato ancora una volta pop. Woon lo testimonia con un album che potenzialmente può essere ascoltato da chiunque (sì, dalla casalinga che ha l’autografo di Julio Iglesias incorniciato alla parete alla ragazza che ama i Dari), a prescindere che si conoscano o meno i trascorsi oscuri del genere. Il rischio però (da metà tracklist in poi le tracce lo testimoniano) è quello di perdersi in una patina che rasenta il trash di molte delle più infauste boy band anni Novanta. Il ragazzo ha una bella voce, sdogana il soul nella pasta popstep, ma deve stare attento a non infognarsi nel tunnel di una commercialità che non ha nulla a che vedere con le ricerche proficue di Blake & Co. Marketing e tattiche commerciali intaccano l'underground londinese, come già presentivamo nella bufala Magnetic Man.

(6.9/10)

Scheda: Jamie Woon

Pubblicazione: 12 Aprile 2011

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