Con l’omonimo album di due anni fa, il combo canadese Timber Timbre aveva coniato un personale cantautorato che scavava nella tradizione folk blues americana da un’angolazione estetizzante e cinematica. La voce nasale di Taylor Kirk, in convergenza parallela sia con quella di un Stuart Staples (Tindersticks) ma anche con quella di Mark Sandman (Morphine), e gli arrangiamenti, un misto di soundtrack music avvicendata su un impianto tipicamente folk-pop, erano stati in grado di creare un immaginario d’eleganza lunare, un portale sonico verso una realtà parallela dove i neri diventavano bianchi e viceversa, dove un senso di classicità pop da coscienza collettiva era costantemente strattonato da un bisogno di catarsi timbrico narrativa.
Spooky e creepy – gli aggettivi più utilizzati dalla stampa brit – la musica dei Timber Timbre prendeva la lezione dei The Good, the Bad & the Queen per portarla nel terreno degli Elvis Presley e dei James Brown dei 50s. Non a caso una strategia è quella di inscenare infinite varianti al classico Men’s Men’s Men’s World il cui picchiettio di piano (e contorno di significanti e significati) diventa un’autentica fissazione in questo nuovo lavoro fin dall’iniziale Bad Ritual e finisce poi per trasformarsi nel tema portante dell'album e dalla traccia che nome all’album, Creep On Creepin’ On, titolo emblematico che traduciamo, a questo punto in una resa definitiva allo “strisciare sinuosi nella classicità in crooning black’n’white”, al guardare con gli occhi di un rockabilly in retroguardia o di un honky tonk venuto da marte.
Consapevolmente prigioniero di sé stesso, decadentemente specchiato nel mondo che ha così abilmente evocato e ricreato, il trio esercita ancor’ora un enorme fascino, soltanto che, rispetto al self titled del 2009 vincitore del Polaris Music Prize, la sensazione è di un colpo non completamente a segno.
Si tratta di separare l’ottimo dal molto buono però: ascoltate l’intelligenza dei siparietti thriller come Swamp Music (tra legni e archi in pura soundtrack music), l’efficacia dei fiati gangster in Woman, gli ottimi tagli country folk-rock di Too Old To Die Young, gli smalti quasi lynciani del lavoro sulla classica ballad Lonesome Hunter, oppure la bellissima fanfara con tocchi cosmic psych e jazz che è Do I Have Power.
Pettine e camicia aperta davanti allo specchio. Tutto nero baby.
(7.2/10)
Scheda: Timber Timbre
Pubblicazione: 18 Aprile 2011
File under: Retrò Pop
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