Recensione
The North Green Down Emanuele Errante, Dakota Suite
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Ambient Voti redazione e staff

Emanuele Errante, Dakota Suite

The North Green Down

La collaborazione tra il leader dei Dakota Suite - una delle più ispirate formazioni della realtà del slow core britannico di cui segnaliamo Waiting For The Dawn To Crawl Through And Take Away Your Life per testi e miniature elettroacustiche - e il compositore italiano risale già al 2009, precisamente alla rielaborazione del brano Second Hand Light contenuto in The Night Just Keeps Coming In, il remix album di The End Of Trying. A consacrare ulteriormente l’affinità stilista tra i due questo The North Green Down, uscito quasi in contemporanea alla prova solista di Emanuele Errante, e contenente ottanta minuti di composta malinconia dedicate alla compianta cognata di Hooson.

Parallelamente a Time Elapsing Handheld, il napoletano continua a vestire a puntino gli abiti da ambient artist, mentre Hooson gli si affianca con notazioni intimiste per piano e chitarra. Parola d’ordine è l’uso discreto dell’elettronica, manipolata da Errante come sempre con incredibile delicatezza ed unita a strumenti tipicamente acustici. Il tutto confluito nelle radici di commosse riflessioni a cui ci si avvicina da principio tra i tasti di The North Green Down e Leegte. Materie palpabili che, inevitabilmente, restituiscono le sfumature a modo di un Keith Kenniff nei primi minuti di Famous Places.

Il resto non è un facile dialogo di cordoglio ma un’appresa coscienza d’assenza, assimilabile ed evidente nell’acustica di A Hymn o nel respiro armonico arricchito dal cello di A Worn Out Life - che rimandano per affinità, suono narrativo ed esecuzione, ai duetti di un Francesco Dillon ed Emanuele Torquati. Aliena ma alleata - rispetto all’impianto sommesso ma cameristico di A Loveless Moment, l’elettronica dell’ouverture di No Greater Pain che con i suoni organici di Nobody Is Ever Safe e i pulviscoli stratificati ed eterei di Wat We Kwijt Zijn sottolineano il calore delle macchine di Errante.

Oltre alla creatività reciproca e alla fantasia timbrica, a tenere il filo per questi ottanta minuti di micro sinfonie è l’equilibrio tra la poesia sospesa di Hooson e le sostenute texture di Errante che con i frangenti ambient  si fanno spina dorsale allontanando il progetto da facili percorsi elettroacustici. Materia e uomini tutt’altro che invisibili.

(7.0/10)

Pubblicazione: 25 Aprile 2011

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Sara Bracco

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