Il secondo album di Kode9 e Spaceape arriva a cinque anni dall'esordio Memories of the Future (7.2/10), titolo che più afrofuturista di così si muore e lavoro pre-Untrue che infatti proponeva una visione dubstep ancora lontana dall'esplosione e - tutto sommato - dalla conseguente ortodossia Burialiana. Più che dubstep infatti, Memories era propriamente un dub minimalista e siderale, privo del rullante anticipato così caratterizzante per il genere. C'era lo spokenragga ipnotico di Spaceape, si sentivano forti le eredità downtempo, trip hop e - soprattutto - della miscela noir del primissimo The Bug. Atmosfere notturne e claustrofobiche, ma anche un suono "intellettuale", stilizzato, profondo e cremoso, che ne faceva un disco in qualche modo da sottofondo (9 Samurai a parte).
Kode9 ha prodotto poco da allora, ma si è mosso tantissimo all'interno della scena (basti guardare alla "riforma" del catalogo Hyperdub degli ultimi due anni e alle relazioni intrecciate con la Brainfeeder lotusiana), tanto che era lecito aspettarsi un disco anche molto attento ai fermenti now e - passateci il termine osceno - sperimentale. E invece Kode sorprende con un album che continua in coerenza il suo discorso, iniettando nella miscela originale una bella dose di energetiche suggestioni tech-house (le stesse attorno a cui ruotava il Dj Kicks uscito a metà 2010), irrobustendo la ritmica e i cantati, ora più fisici, in un tripudio di synth, controtastierine laser e mini breakbeat (sarà interessante confrontarlo con l'imminente Africa Hitech). Ne viene fuori un lavoro che, pur elegante e incapace di nascondere certi tratti anche cerebrali (nelle stilizzate figure break, nelle stratificazioni delle trame tastieristiche), vuole soprattutto far muovere il sedere in pista.
Tolti un intermezzo a base di accordi liquidi di tastiere fusion (Hole in the SKy, fascinoso ma che andava sviluppato), un semplice esercizio di ritmi spezzati su tappeto synth (Otherman) e la delusione totale del feat con Flying Lotus (un nulla ambient/noise-cameristico che mette assieme tastiere da chiesa e crepitii da falò; è la traccia conclusiva), il resto è tutto materiale di altissima qualità. I tribalismi poliritmici di Black Smoke e Bullet Against Bone, la sospesione pulsante di Promises, l'assalto street di Am I; ma, soprattutto, il trittico con i feat della vocalist Cha Cha: la cavalcata deephouse in odor di Cooly G Love Is the Drug (primo singolo), la rarefazione house tagliata secca da rullante e inserti di tastiere che si muovono come archi sinistri Neon Red Sign, l'assalto funkysoul trasfigurato street di The Cure. E l'anthemico dittico oldskool tech-house ("potete sentirlo?") Black Sun (remix della bomba sganciata nel 2009)/Green Sun (il pezzo migliore del lotto?).
Un secondo lavoro che rifugge il sensazionalismo sonoro e cerca una via personale per mettere assieme, con stile, testa, atmosfera e dancefloor.
(7.4/10)
Pubblicazione: 28 Marzo 2011
File under: dubstep house
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