Ehi, che succede? Che il pop britannico ne abbia avuto abbastanza di lasciarsi calpestare dall’infame tacco colonizzatore dell’indie yankee (o yankee-oriented, stile Mumford & Sons) e stia finalmente rialzando la testa? Cerchiamo un po’ di capire come siamo arrivati a questo punto. Non che l’output sia mai venuto meno: l’industria in UK non ha mai subito la benché minima flessione, in barba alla crisi. È una questione di qualità: fatti salvi l’hype pitchforkiano di band in stile xx o These New Puritans da un lato e la rivoluzione dubstep dall’altro, sembra che negli ultimi due o tre anni Albione non sia stata in grado di tenere il passo, o meglio di regalare realtà genuinamente brit che potessero dar vita a una nuova stagione pop come si deve. Foals? Ma per piacere. White Lies? Sì, ma dipende dalla vostra età. E sinceramente, i barocchismi prog-oriented di Everything Everything o degli ultimi Klaxons sono roba un tantino spinta per essere considerati puramente pop. In sostanza, dopo gli Arctic Monkeys, niente. Quindi, che succede?
Succede che a inizio 2011 ti escono a distanza ravvicinata un paio dischi che suonano come due sonori schiaffoni, brusco ma necessario risveglio dopo una stagione di - pur relativo - torpore pop. Detto che i Chapel Club di Palace sono una delle cose più belle accadute dai tempi di … (riempite pure voi lo spazio), questi Mirrors da Brighton hanno chiaramente intenzione di riscrivere la storia del britpop anni ’10 a suon di cari, vecchi synth. Come dite? Gli Hurts? No, un po’ troppo mainstream. Piuttosto, l’anno scorso non c’erano stati quei Delphic che, benché più sbilanciati sul versante New Order, erano già sull’ottima strada? Verissimo, peccato che ce ne siamo accorti giusto in quattro. Tempi forse non ancora maturi per capire che qualcosa si stava muovendo: perché sotto l’assodato ammodernamento di sonorità eighties si muove tutta un’onda fatta di grandi canzoni. Erano quelle a latitare, e quindi eccole finalmente emergere per annunciare la nuova alba del pop inglese. Beh, se si ha un debole per OMD (non a caso mentori del gruppo dai loro primi passi), gli Ultravox più romantici, i Depeche Mode di Speak & Spell (Searching In The Wilderness sembra proprio sfornata da Vince Clarke) e – ovvio! - Kraftwerk è certo più facile innamorarsi all’istante di quattro ragazzi che sin dalla copertina ammiccano con ironia all’eleganza teutonica di Trans Europe Express, riprendendo peraltro nelle primissime battute del disco l’infinita spirale di Europe Endless (o magari di Baba O’Riley, quando non di Terry Riley stesso).
Ma è altrettanto certo che Fear Of Drowning ha quell’incedere da anthem che fa grande un singolo (esattamente come Surfacing dei sunnominati Chapel Club), e lo stesso dicasi per Somewhere Strange, Into The Heart, Ways To An End, Hide And Seek. Come da onorevole tradizione sintetica c’è sì da ballare e da godere di melodie istantanee e architetture solide ed intelligenti, ma nel nostro caso c’è soprattutto da gustare di un songwriting e di un canto che poco ha dell’algido declamare del synthpop originario e più del crooning accorato di un, mettiamo, Billy MacKenzie (Write Through The Night, Something On Your Mind) quando non – per avvicinarci ai nostri tempi - di Win Butler, la cui ecumenicità è l’obiettivo finale. 2011: the year britpop broke. Again.
(7.5/10)
Scheda: Mirrors
Pubblicazione: 13 Marzo 2011
File under: synthpop
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