Con Cute Horse Cut i francesi Gablè si giocano la carta dell'espansione oltre i propri confini e la bella notizia è che hanno i numeri per farcela, seppure all'interno della loro nicchia. Per chiarire di cosa si tratta bisognerebbe tirare in ballo etichette come art-pop o avant-pop, ma è un peccato circoscrivere quando si ha a che fare un gruppo dall'approccio così estremamente libero, informale e divertito. Per giunta il presente lavoro, già il terzo, condensa in una quarantina di minuti la bellezza di venti brani: un minutaggio da disco punk per un'attitudine tutto sommato similare, evidenziata anche da testi come: 'I know a trick, all you need is a brick and a window: throw the brick through the open window and let it land on my hand', cui seguono dei soddisfatti: 'I love broken fingers, let's do it again'. La canzone si chiama Brick Trick ed è il biglietto da visita collocato a tre minuti dall'avvio del disco, tanto per mettere in chiaro come eclettismo e pazzia vadano di pari passo in questo progetto.
Suona facile il paragone con i campioni del momento, The Chap, o anche con i classici Stereolab nei momenti di relativo intimismo, ma qui tutto è portato a livelli di schizofrenia più elevati e lo spettro di influenze contemplato si direbbe, se possibile, ancora più ampio: sospensioni elettroniche e microbeats di eredità Morr Music (Cyanure e Bunch), gospel ridicoli (Haunted), finti tropicalismi che sfociano in irruenti crescendo di chitarra elettrica (Ouac); e ancora: folktronica esangue (Ghost Host, quasi un singolo), incisi vocali al limite del naif (in Day il titolo del brano viene declamato insistentemente tra i denti a simulare un riff di chitarra), campionamenti di posate che sfregano (Eezy Peezy), tutta una serie di trovate tecnicamente ridicole ma del tutto efficaci.
L'album gira così veloce e concentra così tante cose diverse all'interno di ogni traccia da rendere quasi impercettibili le distinzioni tra queste ultime: è difficile trovare quindi melodie incisive, ma pure sarebbe sciocco cercarne; piuttosto è apprezzabile il modo in cui tutto questo frenetico ed esuberante sfoggio di capacità riesca a suonare coerente. L'impressione è che il gruppo sia riuscito nell'impresa, se non di fare un vero passo avanti nell'ambito di questo non-genere, quantomeno di fornirne un'interpretazione suggestiva e unica, al punto da imporsi come possibile nome di riferimento. Va da sè che chi intende il pop come canzoni strofa-ritornello farà bene a tenersi alla larga, ma per tutti gli altri qui c'è una delle cose più fresche e bizzarre successe alla musica di inizio decennio.
(7.5/10)
Scheda: Gablé
Pubblicazione: 09 Aprile 2011
File under: Art-Pop
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