Ho sempre avuto problemi a gestire l'enfasi sconsolata degli Elbow, con quel sovraccarico emotivo speso a definire fondali e lineamenti d'una malinconia più perniciosa che esistenziale, capace di affascinare giusto finché non inciampa in una spirale di turgida, monocorde costernazione. Eppure devo concedere loro il merito d'una coerenza che ha saputo dimostrarsi robusta e in grado di consolidarsi negli anni. Tanto che oggi possiamo parlare di un Elbow-sound, una dimensione espressiva fatta di trasporto, apprensione, una mesta fierezza che sa fare i conti con la memoria e proiettare le inquietudini in una prospettiva coinvolgente.
Lontani i tempi in cui potevi scambiarli per una versione abbacchiata dei Coldplay: il loro indie non insegue chissà quale grandeur, persegue una comunicatività intensa e potabile ma allo stesso tempo tenta di scavarsi dentro profondità spacey e vibrazioni oblique, di rendere tangibili e radianti le irrequietezze e i sussulti emotivi. Una calligrafia spesso didascalica ma quasi sempre efficace, non sottile ma onesta. Comunque capace di tenersi in equilibrio tra modulazioni stilistiche anche complesse, vedi la naturalezza con cui Jesus Is a Rochdale Girl bazzica palpitazioni tenui Jim O'Rourke o quella Lippy Kids che immerge l'acme emotivo dell'album in una scenografia eterea Brian Eno.
Se la cavano bene quando alzano la temperatura guardando al pop-prog di stampo Peter Gabriel innervato di romanticismo wave (With Love, High Ideals, Open Arms) e non sono affatto male quando spediscono uno struggimento Smiths tra evanescenze angeliche Sigur Ros (Open Arms), così come è apprezzabile quel modo di sclerotizzare gospel ottenendo una strana solennità apolide (The Birds, The River). Resta però dietro l'angolo il rischio della litania autoreferenziale (vedi la pur valida The Night Will Always Win), perché la maturità cambia molte cose ma la natura, si sa, è un osso duro.
(6.9/10)
Scheda: Elbow
Pubblicazione: 18 Marzo 2011
File under: indie wave prog
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